Io, la scrittura e tutto il resto: intervista a Fabio Locurcio

Lo spazio dedicato ad approfondire la conoscenza con gli scrittori rappresentati da Carta e Calamaio è dedicato oggi a Fabio Locurcio, che ha appena pubblicato il suo primo romanzo “Questo cerchio sei tu“.
Ecco la chiacchierata che abbiamo fatto con Fabio sui libri, la scrittura e tanto altro.

Locurcio2Ogni mattina un italiano si sveglia e decide di fare lo scrittore… Battute a parte, ciascuno di noi dovrebbe essere in grado di capire se la scrittura è una dimensione che gli è congeniale o meno, e rendere pubblici i propri lavori solo se – dopo un sincero esame di coscienza – è convinto di potere offrire ai lettori qualcosa di stimolante, degno di attenzione, che valga la pena di essere letto. Quali sono, secondo te, le premesse che “autorizzano” un aspirante autore a prendere in mano la penna (o la tastiera)?
Premetto che non considero questa intervista come una faccenda seria. Diciamo che è un gioco e le mie risposte scherzose.
Detto ciò, direi che chiunque è autorizzato a prendere in mano la penna per cominciare a scrivere: è un suo diritto. Chi può dire “si tu puoi scrivere, no tu non puoi scrivere”? Ognuno ha il diritto di farlo, anche se è negato, anche se quello che scrive è tremendo. In realtà scrivere dovrebbe essere obbligatorio. La scrittura, come qualsiasi altra forma espressiva, è per natura una dimensione che dovrebbe essere congeniale all’uomo. Purtroppo invece ogni mattina un italiano si sveglia e decide di fare il critico.
Perché rendere pubblico ciò che scriviamo? A questa domanda non so rispondere e in ultima analisi fino a quando – non è più sempre così ma lo è in questo caso – c’è un editore che decide di pubblicare ciò che è stato scritto, la domanda andrebbe rivolta a lui: perché pubblichi questo libro?

Come definiresti la tua scrittura?
Il mio modo di scrivere, se si può chiamare così, è al momento questo, quindi, in una parola lo definirei: tale. È così com’è. Lo potrei definire semplice, essenziale, ma solo dopo averlo osservato. Non c’è un’intenzione, una programmazione, una volontà. In realtà non è esatta l’espressione “la mia scrittura” o “il mio modo di scrivere”, sarebbe più esatto dire “il modo in cui è stato scritto ciò che è stato scritto”.

Secondo te è necessaria una preventiva formazione al mestiere di scrittore? Se sì in cosa dovrebbe consistere?
Lo scrivere secondo me non dovrebbe essere un mestiere. Una formazione alla scrittura è però necessaria: qualsiasi cosa impari prima di farlo è essenziale. Che cosa? Qualsiasi cosa. Se non impari a respirare non puoi scrivere. Se non impari a parlare non puoi scrivere. Se non impari a leggere non puoi scrivere. Se non impari a scrivere non puoi scrivere. E così via. Allo stesso modo, se chiunque ti ha preceduto non avesse imparato a respirare, parlare, leggere, scrivere e così via, tu non potresti scrivere.


Dicono che in Italia ci sono troppi scrittori e pochi lettori. Qual è il tuo rapporto con la lettura?
Leggere può in alcuni casi rallentare o addirittura fermare i pensieri, focalizzandoli o sostituendoli in immagini che vengono create mentalmente per dare una forma alle parole del libro. Leggere per non pensare. Se smetti di pensare o perlomeno concentri la tua mente in un solo punto incominci a vederci più chiaro. Ecco un buon motivo per leggere e, ovviamente, più è interessante il contenuto e più questo esercizio può durare a lungo e portare i suoi frutti.

Spesso nei confronti di chi scrive – nel nostro Paese – nascono pregiudizi che alcuni autori liquidano con una alzata di spalle, mentre altri considerano penalizzanti. Tu ne hai riscontrati? Che ne pensi?
Penso sia normale avere pregiudizi verso chi scrive. Può, infatti, sorgere una domanda: come mai questo non sta zitto come tutti?
Anche internamente ci possono essere pregiudizi verso la parte che vuole esprimersi: come osi? Chi sei? Che cosa puoi avere da dire? Forse è meglio se stai zitto! I pregiudizi sono interni, quelli esterni ne sono soltanto un riflesso. L’alzata di spalle, se sincera, è una risposta giusta, inizialmente, ma la reazione migliore è osservare i pregiudizi interni e, facendo così, neutralizzarli.

Qual è la domanda che i tuoi lettori ti fanno più spesso?
I miei lettori non mi fanno domande, sia perché non esistono, “Questo cerchio sei tu” è la prima cosa che pubblico, e sia poiché non potranno mai esistere. Nessuno mai leggerà quello che ho scritto. Chiunque dovesse avere tra le mani “Questo cerchio sei tu” leggerà il suo libro, quello che tiene tra le mani e che gli appartiene, non sarà quello che ho scritto io ma quello che sta leggendo lui. Se casomai dovesse farmi delle domande, in realtà m’interrogherebbe su qualcosa che io non conosco, non avrei idea di quale libro ha letto, e le mie eventuali risposte sarebbero inutili o fuorvianti.

Che rapporto hai con i tuoi colleghi scrittori?
Non ho al momento rapporti con colleghi scrittori anche perché non mi considero tale. La domanda potrebbe essere comunque posta, magari in altri termini: che rapporto hai con te stesso? E la risposta sarebbe: ci stiamo conoscendo.

Molti autori sostengono che la scrittura è una faccenda privata, non sono particolarmente inclini alla condivisione e allo scambio. Altri, più rari, caldeggiano l’importanza di un confronto. A quale corrente appartieni?
La scrittura è senz’altro una faccenda privata, talmente privata che può diventare un problema, una malattia, allora necessita di un terapeuta. Un editor, un lettore, una figura esterna. Per lo più ti dirà che va bene, che non sei pazzo, ma non riuscirà a convincerti del tutto. Allora, per farti felice, troverà delle cose che non vanno, in quello che scrivi e in te. E tu dirai: lo sapevo! E così sarai finalmente felice.

Perchè leggi? I risultati del sondaggio

By Aaron BurdenDue settimane fa abbiamo lanciato un sondaggio per indagare i motivi che spingono i lettori ad aprire un libro, immergervisi dentro e (generalmente) isolarsi dal resto del mondo.
Prima di tutto ringraziamo le tante persone che hanno risposto alle nostre domande e hanno lasciato commenti sotto il post.
Siete curiosi di conoscere i risultati?
Il sondaggio consisteva in una sola domanda: perchè leggi?
Il 2,08% ha risposto per approfondire temi che mi interessano,
il 4,17% per imparare e scoprire cose nuove,
il 14,58% perché è una delle mie necessità primarie,
un altro 14,58% ha risposto per evadere dalla quotidianità, emozionarmi, sognare,
ed infine il 64,58% ha dichiarato che legge per tutti i motivi citati nel sondaggio.
Qualcuno di voi ha ampliato la risposta nei commenti al post:
Chandra ha scritto “Io Leggo per il bisogno di rifugiarmi in mondi paralleli, per “staccare la spina” e rilassarmi, perché sono curiosa e per imparare a scrivere. Ma l’aspetto che mi affascina di più è toccare altri mondi, altre esistenze, altre esperienze, la vita di altre persone attraverso le loro storie.
Fede63 ha risposto con una citazione che secondo lei rispecchia appieno i motivi per cui legge: “Non ho mai avuto un dispiacere che non mi sia passato dopo un’ora di lettura” (Montesquieu).

Insomma, ne emerge che la lettura è uno strumento di conoscenza ed approfondimento, ma soprattutto uno “stile di vita”, quella porta che conduce a emozioni e sogni, una chiave per innescare la nostra fantasia.
Una necessità – aggiungiamo noi – e allo stesso tempo una “cura” per affrontare meglio la quotidianità, per sentirsi bene, per superare i momenti difficili.
Siete d’accordo?

Proprio per l’importanza che la lettura riveste per molti di noi, abbiamo organizzato questo corso per lettori consapevoli che si terrà in febbraio e marzo a Imola. Date un’occhiata al programma. Vorreste frequantarlo ma vivete lontano? Stiamo raccogliendo adesioni per il corso on line di cui a breve pubblicheremo maggiori dettagli. Se volete pre iscrivervi potete mandare una mail a cartaecalamaio@gmail.com con oggetto Leggere rende liberi.

(Foto di Aaron Burden)

Io, la scrittura e tutto il resto: intervista a Clara Piacentini

Lo spazio dedicato ad approfondire la conoscenza con gli scrittori rappresentati da Carta e Calamaio è dedicato oggi a Clara Piacentini, che ha recentemente pubblicato la raccolta di racconti “Bianca come l’Africa”.
Clara ci racconta cosa pensa della scrittura, della lettura e del mondo letterario.

PiacentiniOgni mattina un italiano si sveglia e decide di fare lo scrittore… Battute a parte, ciascuno di noi dovrebbe essere in grado di capire se la scrittura è una dimensione che gli è congeniale o meno, e rendere pubblici i propri lavori solo se – dopo un sincero esame di coscienza – è convinto di potere offrire ai lettori qualcosa di stimolante, degno di attenzione, che valga la pena di essere letto. Quali sono, secondo te, le premesse che “autorizzano” un aspirante autore a prendere in mano la penna (o la tastiera)?
Le premesse: il desiderio, l’impulso, l’urgenza di scrivere, qualsiasi cosa, racconti, lettere, diari, pensieri. Ciò non basta per pensarsi come autori. Si dovrebbe cominciare a scrivere per sé e in un secondo momento analizzare la propria scrittura con occhio critico, dal punto di vista formale e contenutistico. Dal punto di vista formale: deve rispondere al concetto di “buona scrittura “, per come io la intendo, una scrittura che si basi su solide strutture grammaticali e sintattiche (tutte le eccezioni alle regole devono essere scelte consapevoli) e che sia “fruibile” e originale. Riguardo i contenuti già nella domanda viene espressa la necessità di una scrittura che valga la pena di essere letta quando apra sipari diversi alla conoscenza, qualunque sia il genere letterario trattato.
(Eccezione alla “regola delle regole” il caso di Vincenzo Rabito, Terra matta, Einaudi)

Come definiresti la tua scrittura?
Semplice, chiara, essenziale eppure raffinata, ricercata nelle scelte lessicali. Se voglio riferirmi al mio libro “Bianca come l’Africa” riferisco le parole che mi inviò per iscritto il mio maestro dell’età matura, Duccio Demetrio, filosofo, fondatore della Libera Università dell’Autobiografia e dell’Accademia del Silenzio che così si esprime:”la tua scrittura è sempre più limpida ed essenziale, appassionata e controllata, dolce e severamente fluisce”. Queste parole sono state per me motivo di grande orgoglio.

Secondo te è necessaria una preventiva formazione al mestiere di scrittore? Se sì in cosa dovrebbe consistere?
Io penso di sì, a meno che uno abbia in sé il talento e il genio che a pochi è dato avere. In cosa potrebbe consistere? In corsi di varia natura, ce ne sono tanti, di scrittura creativa, ci sono scuole famose di cui non faccio il nome ma da cui escono libri per grandi case editrici, libri che personalmente considero “omologati” quanto a struttura e contenuti. Credo di più in corsi di scrittura narrativa, per piccoli gruppi di persone tenuti da chi possiede i ferri del mestiere e crede davvero nel potere di insegnamento, di riflessione e di ricerca del bello (inteso nel senso classico, come arte) che la scrittura dovrebbe avere.
Personalmente, per mia formazione, conduco Laboratori e Seminari di scrittura autobiografica dove, a seconda dei livelli, coniugo la narrazione di sé con il linguaggio poetico e la finzione letteraria.

Dicono che in Italia ci sono troppi scrittori e pochi lettori. Qual è il tuo rapporto con la lettura?
Leggo molto, in modo un po’ folle e disordinato, ma questo non significa che lo faccia in maniera superficiale. Un esempio di questi giorni: un saggio di Maurizio Bettini e Luigi Spina: Il mito delle sirene, Einaudi; appena letti d’un fiato due libri di letteratura per ragazzi (Guus Kuijer e Bernard Friot gli autori); Vita della Mazzucco, ben scritto, lettura d’evasione serale quando la mente è stanca e riflessione sul fenomeno della nostra emigrazione. Ho la mania di segnare i libri che leggo, con brevi appunti di una mia personale critica.
Philip Roth e Alice Munro i miei autori approfonditi anche perché ho scritto un breve saggio dal titolo: Il Corpo fragile.

Spesso nei confronti di chi scrive – nel nostro Paese – nascono pregiudizi che alcuni autori liquidano con una alzata di spalle, mentre altri considerano penalizzanti. Tu ne hai riscontrati? Che ne pensi?
Ho riscontrato più che altro che autori bravi e famosi, italiani e stranieri, pubblicano e continuano a pubblicare anche quando hanno esaurito il sacro fuoco e la vena creativa, arrivando a mezzucci di pagine scritte  a grandi caratteri e con grandi spazi o allungando il brodo, come si suol dire, con un’espressione poco elegante, ma che rende l’idea.
Siccome non mi considero ancora una scrittrice, anche se auspico che il mio cammino possa proseguire in tal senso, non mi pongo troppo il problema anche se penso che le leggi del marketing prevalgano sulla ricerca e pubblicazione di buoni autori.

Qual è la domanda che i tuoi lettori ti fanno più spesso?
Mi chiedono se è tutto vero quello che ho scritto. Rispondo che la mia scrittura nasce da una formazione autobiografica, ma su questa base posso trasformare il racconto di sé in un racconto dove l’immaginazione interviene in gran parte delle vicende trattate. È chiaro che se ho scritto dell’Africa dove ho vissuto sono reali le descrizioni di luoghi e spazi, si sente l’amore per una terra così remota all’esperienza dei più (non è certo l’Africa dei villaggi turistici), una terra ricca di contrasti e ancora incomprensibile anche quando si crede di averla compresa.

Che rapporto hai con i tuoi colleghi scrittori?
Ho rapporti di stima e di fiducia. Non ho difficoltà a dare i miei scritti. Ricevo i loro, magari presentati in manifestazioni culturali e non ancora pubblicati. Non mi sfiora nemmeno l’idea della competizione.

Molti autori sostengono che la scrittura è una faccenda privata, non sono particolarmente inclini alla condivisione e allo scambio. Altri, più rari, caldeggiano l’importanza di un confronto. A quale corrente appartieni?
Penso di aver già risposto nella domanda precedente. È importante il confronto.

Io, la scrittura e tutto il resto: intervista a Lorella Camporesi

CamporesiOggi conosciamo meglio Lorella Camporesi, autrice rappresentata da Carta e Calamaio, che ha risposto alle nostre domande sulla scrittura e tutto ciò che vi ruota attorno.
Lorella ha pubblicato la raccolta di poesie “Appunti di un sabato pomeriggio”, il diario “Vita da prof”  e il romanzo breve “Il Chirurgo – una storia riminese”.

 

 Ogni mattina un italiano si sveglia e decide di fare lo scrittore… Battute a parte, ciascuno di noi dovrebbe essere in grado di capire se la scrittura è una dimensione che gli è congeniale o meno, e rendere pubblici i propri lavori solo se – dopo un sincero esame di coscienza – è convinto di potere offrire ai lettori qualcosa di stimolante, degno di attenzione, che valga la pena di essere letto. Quali sono, secondo te, le premesse che “autorizzano” un aspirante autore a prendere in mano la penna (o la tastiera)?
Io penso che si possa scrivere per tanti motivi, non necessariamente finalizzati alla pubblicazione. Oggi viviamo in un tempo in cui spesso “parlare” è più importante che “avere qualcosa da dire”.
Credo che per prendere in mano la penna, prima di tutto si debba invece avere qualcosa da dire, si debba cioè sentire l’urgenza di un contenuto che vuole essere scritto.
La pubblicità di ciò che si scrive è un passo ulteriore e non sempre automatico: non è retorico dire che si può anche scrivere soltanto per se stessi.
Per proporre una pubblicazione, invece, è necessario prendere le giuste distanze da ciò che si scrive, per valutare se la lettura potrebbe essere interessante per altri.
Personalmente, lascio “decantare” il testo: se rileggendolo dopo un certo tempo, mi sembra ancora interessante come quando l’ho elaborato, allora forse vale la pena di proporlo ai lettori.
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Io, la scrittura e tutto il resto: intervista a Roberta Marcaccio

IMG-20150921-WA0009Riflettori puntati, oggi, su Roberta Marcaccio,  autrice esordiente a cui abbiamo rivolto qualche domanda relativa alla scrittura, i libri e tutto ciò che vi ruota attorno.
Se desiderate aggiungere il vostro punto di vista siete i benvenuti!

Ogni mattina un italiano si sveglia e decide di fare lo scrittore… Battute a parte, ciascuno di noi dovrebbe essere in grado di capire se la scrittura è una dimensione che gli è congeniale o meno, e rendere pubblici i propri lavori solo se – dopo un sincero esame di coscienza – è convinto di potere offrire ai lettori qualcosa di stimolante, degno di attenzione, che valga la pena di essere letto. Quali sono, secondo te, le premesse che “autorizzano” un aspirante autore a prendere in mano la penna (o la tastiera)?
È una domanda che mi pongo spesso, soprattutto quando gironzolo in mezzo agli scaffali (reali o virtuali) di una libreria. E più che una domanda, è un esame di coscienza che riguarda soprattutto me.
Scrivere è qualcosa che brucia dentro e che spinge per emergere, è una passione che non si placa se non con la scrittura. Solitamente non ci si improvvisa scrittori, non ci si sveglia un giorno e si decide che si vuole pubblicare un libro. Un libro lo si scrive, non lo si pubblica. È contorto lo so, perché allora la domanda successiva è: “Perché tu hai deciso di pubblicare?”
Scrivere è importante, innanzi tutto per me stessa. È un processo interiore, una ricerca solitaria di quello che sono e di quello che desidero. È mettere uno vicino all’altro i tesori raccolti durante il cammino da poter condividere oppure usare per la propria crescita personale. Perché scrivere è crescere.
Scrivere è doveroso se si ha qualcosa da comunicare, un messaggio da diffondere, un consiglio, anche piccolissimo, da dare agli altri. Per anni ho letto solo libri che mi lasciassero qualcosa. Storie che nutrissero la mia anima. Storie così vere da fare piangere, ma anche così incredibili da fare sognare o ironiche da far sorridere.
Ho conosciuto “autori di se stessi”, che scrivono e poi chiudono tutto in un cassetto, e autori che invece vivono la scrittura come un progetto più ampio, con il fine ultimo della pubblicazione.
Io credo che non sia tanto importante scrivere per pubblicare, quanto avere una bella storia, scritta bene, che possa interessare gli altri.
La pubblicazione, poi, verrà da sé.
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Io, la scrittura e tutto il resto: intervista a Simona Cremonini

simona cremoniniLa nostra rubrica periodica che ha l’intento di approfondire la conoscenza con gli autori di Carta e Calamaio rispetto alle loro idee sulla scrittura e tutto ciò che vi ruota attorno, è dedicata oggi a Simona Cremonini autrice di vari libri dedicati alle leggende del Garda.
Cosa ne pensate? Siete d’accordo col suo punto di vista? Ogni commento o critica (civile) sarà gradito.

 Ogni mattina un italiano si sveglia e decide di fare lo scrittore… Battute a parte, ciascuno di noi dovrebbe essere in grado di capire se la scrittura è una dimensione che gli è congeniale o meno, e rendere pubblici i propri lavori solo se – dopo un sincero esame di coscienza – è convinto di potere offrire ai lettori qualcosa di stimolante, degno di attenzione, che valga la pena di essere letto. Quali sono, secondo te, le premesse che “autorizzano” un aspirante autore a prendere in mano la penna (o la tastiera)?
Io penso che sia giusto che un possibile autore si sperimenti e che non sia sbagliato il fatto che chiunque possa scrivere; l’errore di fondo, a mio avviso e per quello che ho visto nella mia esperienza, è proprio che molti di coloro che si mettono a scrivere pensano che tutto e qualunque cosa venga scritta debba poi, per forza, essere pubblicato. Sono dell’idea che solo esercitandosi e impegnandosi a scrivere nel tempo si possano avere buoni risultati che vale la pena diffondere.
Penso che la scrittura sia una bella forma di espressione e che nessuno se la debba precludere, però (e sottolineo questo però) bisogna essere consapevoli che la pubblicazione sta alla scrittura come il cucinare in un ristorante per dei clienti sta all’essere bravi al cucinare per gli amici. La dimensione intima e intimistica dello scrivere dovrebbe essere assolutamente distinta da una fase seguente, quella pubblica e di comunicazione del proprio scritto.
Di base, credo che la conoscenza della lingua (grammatica, sintassi, lessico) sia indispensabile almeno quanto l’essere dei forti lettori e aver letto abbastanza per sapere in cosa consiste il genere di cui si vuole scrivere, che sia commedia, rosa, giallo, fantascienza, storia o altro. Continue reading “Io, la scrittura e tutto il resto: intervista a Simona Cremonini”

Passa la Parola Festival della letteratura per ragazzi

53fee4db63708Torna a Modena e Carpi Passa la Parola, il Festival della Lettura per bambini e ragazzi, giunto alla sua quarta edizione. Le due città daranno voce ai protagonisti più importanti della lettura, i ragazzi e i bambini, attraverso dialoghi e scambi letterari. Dal 17 al 21 settembre a Modena e il 21, 22 e 26 settembre a Carpi ci saranno letture animate, racconti, filastrocche, rime e poesie, laboratori, spettacoli teatrali dedicati ai giovani, alle scolaresche, ai genitori, agli insegnanti e agli appassionati di illustrazione e letteratura per l’infanzia. Oltre alle attività sarà possibile assistere alla presentazione delle ultime novità editoriali incontrando gli autori e editori più importanti per la letteratura dell’infanzia.

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Io, la scrittura e tutto il resto: intervista ad Andrea Biondi

fotoandroLa nostra rubrica periodica che ha l’intento di approfondire la conoscenza con gli autori di Carta e Calamaio rispetto alle loro idee sulla scrittura e tutto ciò che vi ruota attorno, è dedicata oggi ad Andrea Biondi autore di Due e Anime Nere.
Cosa ne pensate? Siete d’accordo col suo punto di vista? Ogni commento o critica (civile) sarà gradito.

 Ogni mattina un italiano si sveglia e decide di fare lo scrittore… Battute a parte, ciascuno di noi dovrebbe essere in grado di capire se la scrittura è una dimensione che gli è congeniale o meno, e rendere pubblici i propri lavori solo se – dopo un sincero esame di coscienza – è convinto di potere offrire ai lettori qualcosa di stimolante, degno di attenzione, che valga la pena di essere letto. Quali sono, secondo te, le premesse che “autorizzano” un aspirante autore a prendere in mano la penna (o la tastiera)?
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Scuola di Pedagogia del Silenzio 2014 a San Leo

accademia del silenzioL’ Accademia del silenzio  in collaborazione con la Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari organizza dal 27 al 30 agosto 2014 nella cornice paesaggistica e nei suggestivi spazi didattici del borgo medioevale di San Leo (Rimini), la  I edizione estiva della Scuola di Pedagogia del silenzio. La Scuola ha lo scopo di formare Esperti in educazione alla cultura e alle pratiche del silenzio, al fine di introdurli e diffonderli nel mondo della scuola, nelle comunità sociali e locali, nella vita personale e di relazione. Continue reading “Scuola di Pedagogia del Silenzio 2014 a San Leo”

Io, la scrittura e tutto il resto: intervista a Gian Andrea Rolla

970183_10200609162143330_488392001_nLa nostra rubrica periodica che ha l’intento di approfondire la conoscenza con gli autori di Carta e Calamaio rispetto alle loro idee sulla scrittura e tutto ciò che vi ruota attorno, è dedicata oggi a Gian Andrea Rolla del quale è appena stato pubblicato il romanzo Non troverai che infinito.
Cosa ne pensate? Siete d’accordo col suo punto di vista? Ogni commento o critica (civile) sarà gradito.

 Ogni mattina un italiano si sveglia e decide di fare lo scrittore… Battute a parte, ciascuno di noi dovrebbe essere in grado di capire se la scrittura è una dimensione che gli è congeniale o meno, e rendere pubblici i propri lavori solo se – dopo un sincero esame di coscienza – è convinto di potere offrire ai lettori qualcosa di stimolante, degno di attenzione, che valga la pena di essere letto. Quali sono, secondo te, le premesse che “autorizzano” un aspirante autore a prendere in mano la penna (o la tastiera)?
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Io, la scrittura e tutto il resto: intervista a Carlo Campani e Paolo Cecchini

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Doppia intervista oggi per per la nostra rubrica periodica che ha l’intento di approfondire la conoscenza con gli autori di Carta e Calamaio rispetto alle loro idee sulla scrittura e tutto ciò che vi ruota attorno. Prendono la parola Carlo Campani e Paolo Cecchini.
Cosa ne pensate? Ogni commento o critica (civile) sarà gradito.

 Ogni mattina un italiano si sveglia e decide di fare lo scrittore… Battute a parte, ciascuno di noi dovrebbe essere in grado di capire se la scrittura è una dimensione che gli è congeniale o meno, e rendere pubblici i propri lavori solo se – dopo un sincero esame di coscienza – è convinto di potere offrire ai lettori qualcosa di stimolante, degno di attenzione, che valga la pena di essere letto. Quali sono, secondo voi, le premesse che “autorizzano” un aspirante autore a prendere in mano la penna (o la tastiera)?
Continue reading “Io, la scrittura e tutto il resto: intervista a Carlo Campani e Paolo Cecchini”

Io, la scrittura e tutto il resto: intervista a Luca Martini

fotolucaLa nostra rubrica periodica che ha l’intento di approfondire la conoscenza con gli autori di Carta e Calamaio rispetto alle loro idee sulla scrittura e tutto ciò che vi ruota attorno, è dedicata oggi a Luca Martinidi cui leggeremo presto il nuovo romanzo Il tuo cuore è una scopa.
Cosa ne pensate? Siete d’accordo col suo punto di vista? Ogni commento o critica (civile) sarà gradito.

 Ogni mattina un italiano si sveglia e decide di fare lo scrittore… Battute a parte, ciascuno di noi dovrebbe essere in grado di capire se la scrittura è una dimensione che gli è congeniale o meno, e rendere pubblici i propri lavori solo se – dopo un sincero esame di coscienza – è convinto di potere offrire ai lettori qualcosa di stimolante, degno di attenzione, che valga la pena di essere letto. Quali sono, secondo te, le premesse che “autorizzano” un aspirante autore a prendere in mano la penna (o la tastiera)?
Continue reading “Io, la scrittura e tutto il resto: intervista a Luca Martini”

Io, la scrittura e tutto il resto: intervista a Enrica M. Corradini

pieno di lunaLa nostra rubrica periodica che ha l’intento di approfondire la conoscenza con gli autori di Carta e Calamaio rispetto alle loro idee sulla scrittura e tutto ciò che vi ruota attorno, è dedicata oggi a Enrica M.Corradini.
Condividete le sue risposte? Oppure vi sentite più concordi con quelle date da uno degli autori intervistati in precedenza? Commenti o critiche (civili) sono sempre graditi.

 Ogni mattina un italiano si sveglia e decide di fare lo scrittore… Battute a parte, ciascuno di noi dovrebbe essere in grado di capire se la scrittura è una dimensione che gli è congeniale o meno, e rendere pubblici i propri lavori solo se – dopo un sincero esame di coscienza – è convinto di potere offrire ai lettori qualcosa di stimolante, degno di attenzione, che valga la pena di essere letto. Quali sono, secondo te, le premesse che “autorizzano” un aspirante autore a prendere in mano la penna (o la tastiera)?
Continue reading “Io, la scrittura e tutto il resto: intervista a Enrica M. Corradini”

Le leggi della scrittura

Scrivere ha le sue leggi della prospettiva, della luce e dell’ombra, proprio come la pittura, o la musica. Se sei nato conoscendole, bene. Se no, imparale. Poi sistema le regole perchè facciano a caso tuo.

Truman Capote

Io, la scrittura e tutto il resto: intervista ad Angelo Ricci

Foto Angelo RicciNuova “puntata” della nostra rubrica periodica che ha l’intento di approfondire la conoscenza con gli autori di Carta e Calamaio rispetto alle loro idee sulla scrittura e tutto ciò che vi ruota attorno. Oggi dialoghiamo con Angelo Riccidi cui uscirà presto il romanzo Sette sono i re.
Condividete le sue risposte? Ci farebbe piacere un riscontro da parte dei lettori.

 Ogni mattina un italiano si sveglia e decide di fare lo scrittore… Battute a parte, ciascuno di noi dovrebbe essere in grado di capire se la scrittura è una dimensione che gli è congeniale o meno, e rendere pubblici i propri lavori solo se – dopo un sincero esame di coscienza – è convinto di potere offrire ai lettori qualcosa di stimolante, degno di attenzione, che valga la pena di essere letto. Quali sono, secondo te, le premesse che “autorizzano” un aspirante autore a prendere in mano la penna (o la tastiera)?
Continue reading “Io, la scrittura e tutto il resto: intervista ad Angelo Ricci”

L’autore deve parlare col lettore

Il progetto che vale la pena portare avanti è quello di scrivere qualcosa che abbia in parte la ricchezza, la complessità, la difficoltà emotiva e intellettuale dell’avanguardia, qualcosa che spinga il lettore ad affrontare la realtà invece che a ignorarla; ma farlo in maniera tale che il risultato provochi anche piacere a chi legge. Il lettore deve sentire che l’autore sta parlando con lui, non assumendo una serie di pose.

David Foster Wallace

Io, la scrittura e tutto il resto: intervista a Caterina Ferraresi

???????????????????????????????La nostra rubrica periodica che ha l’intento di approfondire la conoscenza con gli autori di Carta e Calamaio rispetto alle loro idee sulla scrittura e tutto ciò che vi ruota attorno, è dedicata oggi a Caterina Ferraresi.
Cosa ne pensate? Siete d’accordo col suo punto di vista? Ogni commento o critica (civile) sarà gradito.

 Ogni mattina un italiano si sveglia e decide di fare lo scrittore… Battute a parte, ciascuno di noi dovrebbe essere in grado di capire se la scrittura è una dimensione che gli è congeniale o meno, e rendere pubblici i propri lavori solo se – dopo un sincero esame di coscienza – è convinto di potere offrire ai lettori qualcosa di stimolante, degno di attenzione, che valga la pena di essere letto. Quali sono, secondo te, le premesse che “autorizzano” un aspirante autore a prendere in mano la penna (o la tastiera)?
Continue reading “Io, la scrittura e tutto il resto: intervista a Caterina Ferraresi”

Se l’arte viene emarginata

Se una forma d’arte viene emarginata è perché non parla davvero alla gente. Sì, uno dei tanti motivi potrebbe essere che la gente a cui si rivolge è diventata troppo stupida per apprezzarla. Ma a me sembra una spiegazione un po’ troppo semplice.

David Foster Wallace

Io, la scrittura e tutto il resto: intervista a Marco Valenti

05.ValentiCon questa intervista a Marco Valenti prende il via una rubrica periodica che ha l’intento di approfondire la conoscenza con gli autori di Carta e Calamaio rispetto alle loro idee sulla scrittura e tutto ciò che vi ruota attorno. Ma ci piacerebbe che questo appuntamento innescasse anche un dibattito costruttivo sulle tematiche affrontate perchè riteniamo che una delle ricchezze del lavoro culturale sia la possibilità di condividere e trasformare punti di vista anche molto distanti in uletriori spunti di riflessione e di lavoro. Quindi ogni commento o critica (civile) sarà gradito. Continue reading “Io, la scrittura e tutto il resto: intervista a Marco Valenti”

Autori esordienti: resistere o gettare la spugna?

indexRiteniamo utile per i nostri lettori riportare un articolo che alcuni giorni fa Carla Casazza, editor e manager di Carta e Calamaio, ha pubblicato su Bookavenue. Potete leggere l’articolo originale a questo link.

Due articoli usciti la scorsa settimana – uno a firma di Andrea Bajani pubblicato su La Repubblica, il secondo in risposta al primo di Angelo Ferracuti su Il Manifesto – esprimevano con diversa veemenza e sfumature più o meno intense di amarezza il medesimo concetto: autori esordienti, lasciate perdere e cercatevi un’altra occupazione.
Ero alla Fiera internazionale del libro di Francoforte, quando li ho letti. E mentre visitavo stand, parlavo con editori e altri professionisti del settore, mentalmente stavo componendo questo mio intervento. Perchè vorrei dire due parole sull’argomento, anche se fuori tempo nel dibattito innescato.
Sono un “pesce piccolo” dell’editoria ma trovandomene comunque immersa fino al collo sono anche una testimone quotidiana di ciò che accade in questo contesto a livello nazionale. Lavoro principalmente con gli esordienti e quindi ho ben chiara la fatica che si fa, l’erculea enorme fatica, per vedere il proprio romanzo in libreria, e poi – ancora di più – per impedire che lo stesso romanzo sparisca nel dimenticatoio in pochi giorni. Citando la canzone di Morandi “uno su mille ce la fa”. E lo dico agli esordienti con cui ho a che fare. Può essere un’affermazione negativa. Ma può anche essere una frase di speranza.
Mi è dispiaciuto che due persone come Bajani e Ferracuti che della scrittura fanno la loro professione (e immagino quindi anche una passione importante della loro vita) scoraggino gli esordienti a continuare a scrivere. Nella desolante situazione culturale italiana consigliare di smettere di scrivere e smettere di leggere è proprio il modo migliore per spegnere gli ultimi fuochi di un glorioso passato che sta tragicamente e velocemente declinando. Finchè ci sarà qualcuno che avrà voglia di raccontare su un foglio (o sullo schermo di un pc) una storia – stilisticamente buona o meno che sia – la letteratura resterà viva. La letteratura, sì, che non è fatta solo di eccelsi autori. Anche perchè molti di coloro che oggi riteniamo eccelsi autori, ai loro tempi erano semplici “scribacchini”, affabulatori, che scrivevano spesso per il gusto di raccontare e non si immaginavano che sarebbero in seguito assunti al Gotha della letteratura. Finchè qualche esordiente resisterà tenacemente ai rifiuti e alle difficoltà, avremo la possibilità di scoprire nuovi autori interessanti.
Piuttosto occorre parlare chiaro a questi esordienti, e dire loro come stanno le cose. Se immaginate una carriera letteraria alla Ken Follett, alla J.K. Rowlings, se scrivete solo per diventare ricchi e famosi, lasciate perdere. Famosi, forse, in Italia lo diventerete, ma ricchi mai, perchè nel nostro paese non è possibile vivere esclusivamente grazie ai diritti dei propri libri. Se invece scrivete perchè avete qualcosa da dire, una storia da raccontare, se la volete condividere coi lettori, allora sappiate che il percorso è difficile, duro, richiede pazienza, perseveranza, voglia di darsi da fare e mettersi in gioco personalmente. Bisogna prenderla in modo un po’ leggero, con filosofia, senza fare drammi all’ennesimo rifiuto o di fronte ad una recensione che vi stronca. Ma se siete davvero convinti che il vostro scritto valga qualcosa, non fatevi scoraggiare: è un gioco al massacro, certamente, ma uno su mille ce la fa (e forse anche qualcuno in più).

 

Buchmesse 2012: qualche flash dalla Fiera del Libro di Francoforte

La Buchmesse sta agli amanti dei libri come Alice al Paese delle Meraviglie. Ma se Alice, nel corso delle sue mirabolanti avventure ogni tanto perde la testa, chi entra alla Buchmesse per lavoro deve imporsi di mantenere i piedi ben saldi a terra. Così, armata di self control, mi sono addentrata alla scoperta  di ciò che di nuovo ed interessante la Fiera del Libro di Francoforte ha offerto nell’edizione 2012. Raccontare tre giorni di fiera sarebbe lungo e noioso, così vi lascerò alcuni flash delle cose che mi hanno più colpito, nel bene e nel male.

Ebook alla riscossa.
Inutile dire, perchè lo hanno scritto un po’ dovunque, che i protagonisti sono stati gli ebook e tutto ciò che vi ruota attorno: editori digitali, servizi di conversione e distribuzione, creatori di app, accessori e – naturalmente – produttori di ereader. E’ palese infatti che ormai, con la crisi mondiale che investe l’editoria cartacea, occorre puntare su strade alternative. Se l’editoria tradizionale arranca, il mercato degli ebook gode di ottima salute: a cominciare dagli USA dove fa persino da traino per il cartaceo. Anche l’Italia non è da meno e si segnala l’aumento sia dei fruitori di ebook sia delle vendite dei libri elettronici. I tanti ereader esposti erano una gioia per gli occhi di chi, come me, ama la carta ma apprezza anche la lettura digitale: ho potuto prendere in mano e provare il Kobo Glo, e il piccolissimo ereader della Txtr, il Beagle, appena 128 grammi per meno di 13 cm, presentato alla Buchmesse come la soluzione da abbinare agli smartphone che non dispongono di dispositivo per gli ebook. E proprio in abbinamento alle principali compagnie telefoniche Txtr lo commercializza ad appena 9,90 euro.

Quello che i media non dicono.
Al mio ritorno, facendo una piccola rassegna stampa di ciò che è stato scritto sulla Buchmesse in italia, ho notato con rammarico che i media italiani come al solito non si smentiscono mai: notizie catastrofico-melodrammatiche ad effetto a fronte di incompletezza d’informazione. Infatti che l’editoria italiana è in crisi lo hanno scritto in tutte le salse giornali e blog del nostro paese, riportando i dati salienti della relazione presentata proprio alla Buchmesse dall’Associazione Italiana Editori, ma in nessuno degli articoli che ho letto si aggiungeva che in gran parte del resto del mondo non se la passano meglio, che il mercato anglofono è saturo, e che gli editori statunitensi pubblicano sempre meno libri stranieri perchè lì i traduttori bravi si fanno pagare salatamente, perciò si investe solo sui libri che in patria hanno venduto oltre le 30.000 copie e che quindi offrono una certa garanzia di commercilizzazione. Tutte informazioni che come un tormentone sono state ripetute a più riprese nel corso dei tanti dibattiti, brevi workshop, approfondimenti, organizzati nel corso della fiera.

Italian style?
Alla Buchmesse erano presenti 250 editori italiani: la maggior parte con stand piccoli o piccolissimi, tutti piuttosto anonimi e senza alcuna attrattiva per il visitatore (come invece erano altri stand sempre piccoli o piccolissimi di altri paesi, a quanto pare molto più creativi). Poi c’erano gli stand enormi dei grandi gruppi editoriali italiani, molto più ricchi ma altrettanto anonimi e senza personalità. Tutt’altra aria si respirava nel padiglione tedesco e in quello anglofono, con stand assai fantasiosi, alcuni un tantino kitch, che però passavano in secondo piano di fronte ai sontuosi stand dei grandi editori dei paesi arabi e a quelli multicolor dell’Estremo Oriente. Gli stand più accattivanti ed originali erano – anche quest’anno – quelli dei paesi nordici (in particolare quello dell’Islanda con tanti diversi salottini in stile retrò dove veniva voglia di sedersi con un buon libro e una tazza di tè). Semplice ma di minimale eleganza quello della Nuova Zelanda, paese ospite all’edizione 2012. Il testimone dalla terra dei Maori passerà nel 2013 al Brasile che ha già promesso di portare alla Buchmesse una settantina di autori.
Letteratura “politica” e impegno
Alla faccia delle 50 sfumature e tutta la serie di lettertura hot da casalinghe disperate, sono ricomparsi alla fiera titoli “politici” che prendono posizione sui temi caldi (caldi davvero questi) dell’economia e della situazione sociale. Un particolare “zoccolo duro” era rappresentato al padiglione tedesco con Ingo Schulze (I nostri bei vestiti nuovi, Hanser Berlin), Susanne Schmidt, figlia dell’ex cancelliere (Come le banche governano la politica, Droemer); ma segnalo anche il giovane economista ceco Tomas Sedlacek (L’economia del bene e del male, Garzanti).

La redenzione del self-publishing
Si è parlato molto anche di self-publishing, riconosciuto come alternativa alla classica trafila di invio manoscritti agli editori, per promuovere i propri scritti e magari fare il salto di qualità con la pubblicazione da parte di case editrici di rilievo. Un salto che è riuscito ad esempio al britannico Mark Sennen, autore di una trilogia di crime story pubblicate in ebook con Amazon delle quali ora ha acquistato i diritti HarperCollins per la versione cartacea. Oppure alle tedesche Martina Gercke ed Emily Bold che hanno venduto decine di migliaia di ebook  e in poco tempo sono diventate autrici di successo e hanno raccontato la loro esperienza al pubblico della Buchmesse. In particolare si è riconosciuta la validità di questa forma di pubblicazione che non ha nulla a che vedere con la vanity press ma piuttosto è una nuova strada da percorrere in un panorama editoriale mondiale che sta cambiando con grande velocità e in cui – se si vuole dire la propria – occorre rivedere metodologie e principi. Anche in Italia il self publishing, quello serio e fatto bene, sta raccogliendo consensi e risultati. Tanto che uno dei portabandiera del self publishing in Italia, Mauro Sandrini, sta mettendo a punto con altri partner una Self Publishing School.

Una nuova editoria
Tanti anche gli editori nativi digitali, alcuni piccolissimi ma armati di grinta, fantasia e una visione nuova dell’editoria. Con un approccio alternativo e internazionale.
Tra loro molti hanno scelto (come noi di Carta e Calamaio) di non rimanere circoscritti nello spazio esiguo di uno stand ma di vivere la Buchmesse esplorando i padiglioni, incontrando le persone, curiosando un po’ d’appertutto.
Come Francesca Mazzuccato della Errant Editions, casa editrice “senza fissa dimora” che opera tra Italia, Francia, Svizzera e Ungheria; oppure la Homeless Book, piccola, italiana ma con idee ben chiare e programmi molto interessanti.

L’annosa questione del “ Tradurre è tradire”

La domanda fondamentale che si pone chi si sceglie la professione del traspositore di culture e d’idiomi e si definisce traduttore,  fin dal primo sollevare di penna e aprir di dizionario, è : come tradurre in maniera neutra ma comprensibile alla propria cultura senza cadere nella tentazione, vuoi per amore di chiarezza vuoi per  inconscio guizzo  d’autostima, di metterci del proprio, sottraendo a volte, donando invece altre, ricchezza e profondità all’opera altrui. In entrambi i casi lo si fa “lavorando” in proprio, dando vita a qualcosa di diverso dall’originale e quindi in qualche modo “tradendo” nel bene o nel male la propria missione nonché professione.
E’ un rischio che si deve correre, connaturato col mestiere. Chi accetta di farsi tradurre lo sa e questo da spinta e valore al non facile impegno di rendersi intellegibili, onesti e trasparenti di linguaggio e sentimento al mondo intero.
Come sostiene Eco, il tradimento poi, è insito nell’atto del tradurre che non è solo trasposizione da una cultura ad un’altra ma anche adattamento di concetti e contenuti preesistenti a contesti cambiati o mai esistiti prima.
Il filosofo Tullio Gregory insiste sull’importanza sostanziale dell’opera dei traduttori, spesso e ingiustamente relegati in secondo piano per un inveterato pregiudizio sulla non originalità delle loro opera.
Invece non c’è nulla di più falso se uno è bravo in questo mestiere, proprio per il principio sopra enunciato che occorre sempre un certo grado di originalità nel far combaciare situazioni e concetti vetusti o anche solo diversi a contingenze  culturali che li vivono come estranei o persino sconosciuti.
Ma io amo questo mestiere, come l’artigiano il suo lavoro, perché ogni traduzione che crea un ponte che collega anche per strade tortuose mondi lontani è come l’opera di un artigiano. Piena d’amore e fedeltà ma al contempo un piccolo esercizio di libertà. Anche se ritengo la fedeltà al testo un fattore basilare, non credo che tradurlo alla lettera porti a buoni risultati Per quanto faticoso e arduo sia trovare nella  mia lingua concetti surrogabili ad altri che non mi appartengono o vocaboli che nella mia cultura sono insignificanti quanto a volte persino insensati, aprire la mente e cercare l’uguaglianza e la misura è esercizio estremamente stimolante. Certo, essere uno scrittore o un poeta aiuta a trasferire sensazione in buone parole e trasmettere lo stesso messaggio originale censurando parole intraducibili o trasformandole in altre differenti dall’originale ma sensate. Quindi la cosa va presa così come essa appare senza cercare spiegazioni e dietrologie, infatti nonostante gli sforzi  esplicativi, le difese a giustificazione o le accuse  a detrazione, tradurre è così: un atto forzosamente imperfetto quanto la Libertà stessa.

Articolo di Isa Tamagini

Amanda Hocking un bestsellers autopubblicato in ebook

Prendo spunto da questa video-intervista ad Amanda Hocking apparsa nella rubrica Ehi Book! del Corriere della Sera per aprire un dibattito sul tema autopubblicarsi in e-book.
Amanda Hocking, giovane autrice statunitense, all’ennesimo rifiuto ricevuto dagli editori per uno dei suoi 17 romanzi, ha deciso di autopubblicare grazie al servizio di Amazon il suo Switched – Il segreto del regno perduto in versione ebook. In sei mesi ha venduto 150 mila copie, in quasi due anni un milione e mezzo, e ha guadagnato 2,5 milioni di dollari. Ovviamente l’hanno notata anche gli editori cartacei e il romanzo è diventato pure un libro tradizionale appena uscito in Italia con Fazi.
Che ne pensate?

Fattore umano

“Il peso del fattore umano è il limite intrinseco e il fascino profondo del mestiere dei libri”

Antonio Franchini – Direttore editoriale narrativa Mondadori

Guest post: Basta il pensiero di Marta Casarini

Riporto qui una riflessione di Marta Casarini (autrice di Nina Nihil giù per terra) che affronta col suo stile ironico e incisivo il tema del riconoscimento, anche economico, del lavoro dello scrittore.

Quando si lavora con gente perbene, che anche se fa l’artista è perbene, e ti paga, e reputa il tuo scrivere non solo un divertimento, un hobby, una perdita di tempo, ma addirittura un lavoro che va retribuito, e sostiene che andare a leggere a voce alta le tue cose non sia solo “un modo per farti conoscere che sei giovane” (sotto sotto intendendo “e ringrazia pure che ti do lo spazio aggratis”), ma addirittura pensa che sia giusto darti un contributo per l’impegno, il tempo, la voce, il viaggio -per quanto breve- in termini di denaro e cibo, affetto e vino, ecco, quando si lavora con gente così poi uno, che faccia l’artista o il muratore, torna a casa che si sente felice.
Io non chiedo mai soldi. Nemmeno la cena pagata, o il rimborso per le spese di viaggio.
Spesso mi chiedono se a fare i reading, e le presentazioni, io guadagni qualcosa.
Sì.
Guadagno complimenti, giornate in posti che prima non conoscevo, chiacchiere, il misto di sensazioni che regala l’avere lo stomaco chiuso con una molletta da bucato, un po’ di sano imbarazzo e, come dice la gente che organizza tali eventi, “visibilità”.
Se presento il mio libro, vendo qualche copia.
E stop. E va bene.
E quando ieri, che non ho presentato il mio libro, ma ho letto dei racconti scritti apposta che parlassero di autobus, di me sugli autobus, e li ho letti a dei bambini e ai loro genitori seduti con me su un autobus, e ho guadagnato complimenti, una giornata in un posto che prima non conoscevo, chiacchiere, il misto di sensazioni che regala lo stomaco chiuso con una molletta da bucato, un po’ di sano imbarazzo, visibilità, ottima insalata di pasta e vino a volontà E qualche decina di euro, ecco, beh, mi son sentita riconosciuta più del solito.
Il valore di una persona non si riconosce con il denaro.
Forse nemmeno quello del lavoro. Ma quello della fatica sì.
Ed è lavoro – per quanto si possa credere il contrario- scrivere, presentarsi a delle prove, animare una lettura. E’ lavoro pensare, se il tuo pensiero è a servizio degli altri, ed è lavoro e tempo e fatica prepararsi a un reading, a una presentazione, a una serata che non implichi il grattarsi la pancia con gli amici sul divano.
Il poeta Alberto Masala dice: “Io o non mi faccio pagare, o mi faccio pagare tantissimo”, ed è un concetto che abbraccio anch’io. O ci si rende conto che la situazione è tale da non poter chiedere né rimborsi né altro (serate di beneficenza, scuole, volontariato, presentazioni di libri in cui comunque guadagneresti qualcosa dalle vendite, manifestazioni per la cultura a cui tieni particolarmente e chissenefrega se ti pagano o no), oppure bisognerebbe pretendere un riconoscimento in denaro del proprio lavoro.
Il punto è: bisognerebbe poter scegliere.
Bisognerebbe poter fare come Masala e dire: no, per questa volta non voglio niente.
Bisognerebbe poter decidere di regalare il proprio tempo, il proprio pensiero, il proprio lavoro a chi vuoi tu, e non a tutti, indiscriminatamente.
Ecco, io ieri sera a quei bambini e ai loro genitori, al teatro DOM, al Teatrobus, alla serata che è stata, il mio lavoro l’avrei regalato volentieri. E invece mi hanno pagata.
Non importa se fosse stato in soldi, in cibo, in buoni per un giro sulla ruota del luna park: il mio lavoro è stato riconosciuto come di valore, come è, perché non è possibile considerare di valore solo il lavoro puramente manuale, o con risultati fatturabili; non si può considerare di poco conto il lavoro del pensiero, dell’artista, come fosse un divertissement del quale poter anche fare a meno, da mettere in secondo piano rispetto al lavoro dell’autista, dell’elettricista, dell’insegnante, del notaio. Grazie a persone come la Compagnia Laminarie, che gestisce il DOM, il lavoro degli artisti- anche di quelli che non vanno in televisione!- è considerato importante, degno di una retribuzione e di innumerevoli piatti di ottima pasta.
(Il ministro della cultura del governo Berlusconi Sandro Bondi ha detto: “Con la cultura non si mangia”.
E il comico e attore Paolo Rossi ha degnamente replicato: “Beh a onor del vero, io qualche panino me lo son fatto”.)

Continua la campagna dei Mulini a Vento contro la Legge sul prezzo del Libro

La “legge Levi” attualmente in discussione al Senato, dopo una prima approvazione nel luglio scorso alla Camera, non ha a cuore né l’interesse del libro e della cultura, né quello dei librai o degli editori, ma esclusivamente quello dei grandi gruppi editoriali e delle catene libraie (che appartengono agli stessi gruppi), che vogliono proteggersi dalla Grande Distribuzione.
Perciò Mulini a Vento continua a portare avanti la campagna contro la Legge sul prezzo del Libro avanzando proposte concrete d’azione.
Le potete leggere nel loro blog

Sciopero contro la legge bavaglio

Oggi questo blog sciopera contro la legge bavaglio che vuole far tacere l’informazione libera.

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.
(Articolo 21 della Costituzione Italiana)

Perchè scrivo?

E’ una domanda che tutti noi, amanti delle parole , prima o poi ci siamo posti.
La risposta che mi viene in mente, così, a bruciapelo, è: perchè ne sento il bisogno.
Ho inziato ad annotare pensieri, versi, emozioni, fin da piccola. Appena ho imparato a tenere in mano con sufficiente sicurezza una penna. A otto anni già componevo ingenue poesie dedicate alle persone che amavo, o in cui cercavo di esprimere le emozioni che provavo. Poi, un po’ più grande, ho iniziato a tenere un diario che ho portato avanti fino a pochi anni fa.
Ancora adesso, quando ho pensieri particolarmente confusi o intricati, scrivere mi aiuta a chiarirmi le idee.
Scrivo anche perchè la mia fervida immaginazione partorisce storie a ciclo continuo. Mi vengono in mente nei momenti più disparati: quando faccio i lavori di casa, quando viaggio in moto, quando sono al supermercato o in fila alla posta, quando passeggio… E sento la necessità di metterle su carta, di dare loro un corpo più consistente.
Scrivere è anche la mia professione. Un sogno tenacemente rincorso e infine realizzato. A costo di grandi sacrifici che costantemente vengono ripagati con la libertà di vivere della propria passione.
A volte è difficile perchè finisco per scrivere degli altri e per gli altri, trascurando quelle storie che mi frullano in testa e a cui voglio dare corpo. Può diventare una routine, un gesto automatico fatto di schemi linguistici sempre uguali, testi che via via si inaridiscono.
Ma basta prendere in mano un libro, un bel libro, e torna il desiderio di raccontare storie.
E voi, perchè scrivete?

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