Lo spazio dedicato ad approfondire la conoscenza con gli scrittori rappresentati da Carta e Calamaio è dedicato oggi a Fabio Locurcio, che ha appena pubblicato il suo primo romanzo “Questo cerchio sei tu“.
Ecco la chiacchierata che abbiamo fatto con Fabio sui libri, la scrittura e tanto altro.

Locurcio2Ogni mattina un italiano si sveglia e decide di fare lo scrittore… Battute a parte, ciascuno di noi dovrebbe essere in grado di capire se la scrittura è una dimensione che gli è congeniale o meno, e rendere pubblici i propri lavori solo se – dopo un sincero esame di coscienza – è convinto di potere offrire ai lettori qualcosa di stimolante, degno di attenzione, che valga la pena di essere letto. Quali sono, secondo te, le premesse che “autorizzano” un aspirante autore a prendere in mano la penna (o la tastiera)?
Premetto che non considero questa intervista come una faccenda seria. Diciamo che è un gioco e le mie risposte scherzose.
Detto ciò, direi che chiunque è autorizzato a prendere in mano la penna per cominciare a scrivere: è un suo diritto. Chi può dire “si tu puoi scrivere, no tu non puoi scrivere”? Ognuno ha il diritto di farlo, anche se è negato, anche se quello che scrive è tremendo. In realtà scrivere dovrebbe essere obbligatorio. La scrittura, come qualsiasi altra forma espressiva, è per natura una dimensione che dovrebbe essere congeniale all’uomo. Purtroppo invece ogni mattina un italiano si sveglia e decide di fare il critico.
Perché rendere pubblico ciò che scriviamo? A questa domanda non so rispondere e in ultima analisi fino a quando – non è più sempre così ma lo è in questo caso – c’è un editore che decide di pubblicare ciò che è stato scritto, la domanda andrebbe rivolta a lui: perché pubblichi questo libro?

Come definiresti la tua scrittura?
Il mio modo di scrivere, se si può chiamare così, è al momento questo, quindi, in una parola lo definirei: tale. È così com’è. Lo potrei definire semplice, essenziale, ma solo dopo averlo osservato. Non c’è un’intenzione, una programmazione, una volontà. In realtà non è esatta l’espressione “la mia scrittura” o “il mio modo di scrivere”, sarebbe più esatto dire “il modo in cui è stato scritto ciò che è stato scritto”.

Secondo te è necessaria una preventiva formazione al mestiere di scrittore? Se sì in cosa dovrebbe consistere?
Lo scrivere secondo me non dovrebbe essere un mestiere. Una formazione alla scrittura è però necessaria: qualsiasi cosa impari prima di farlo è essenziale. Che cosa? Qualsiasi cosa. Se non impari a respirare non puoi scrivere. Se non impari a parlare non puoi scrivere. Se non impari a leggere non puoi scrivere. Se non impari a scrivere non puoi scrivere. E così via. Allo stesso modo, se chiunque ti ha preceduto non avesse imparato a respirare, parlare, leggere, scrivere e così via, tu non potresti scrivere.


Dicono che in Italia ci sono troppi scrittori e pochi lettori. Qual è il tuo rapporto con la lettura?
Leggere può in alcuni casi rallentare o addirittura fermare i pensieri, focalizzandoli o sostituendoli in immagini che vengono create mentalmente per dare una forma alle parole del libro. Leggere per non pensare. Se smetti di pensare o perlomeno concentri la tua mente in un solo punto incominci a vederci più chiaro. Ecco un buon motivo per leggere e, ovviamente, più è interessante il contenuto e più questo esercizio può durare a lungo e portare i suoi frutti.

Spesso nei confronti di chi scrive – nel nostro Paese – nascono pregiudizi che alcuni autori liquidano con una alzata di spalle, mentre altri considerano penalizzanti. Tu ne hai riscontrati? Che ne pensi?
Penso sia normale avere pregiudizi verso chi scrive. Può, infatti, sorgere una domanda: come mai questo non sta zitto come tutti?
Anche internamente ci possono essere pregiudizi verso la parte che vuole esprimersi: come osi? Chi sei? Che cosa puoi avere da dire? Forse è meglio se stai zitto! I pregiudizi sono interni, quelli esterni ne sono soltanto un riflesso. L’alzata di spalle, se sincera, è una risposta giusta, inizialmente, ma la reazione migliore è osservare i pregiudizi interni e, facendo così, neutralizzarli.

Qual è la domanda che i tuoi lettori ti fanno più spesso?
I miei lettori non mi fanno domande, sia perché non esistono, “Questo cerchio sei tu” è la prima cosa che pubblico, e sia poiché non potranno mai esistere. Nessuno mai leggerà quello che ho scritto. Chiunque dovesse avere tra le mani “Questo cerchio sei tu” leggerà il suo libro, quello che tiene tra le mani e che gli appartiene, non sarà quello che ho scritto io ma quello che sta leggendo lui. Se casomai dovesse farmi delle domande, in realtà m’interrogherebbe su qualcosa che io non conosco, non avrei idea di quale libro ha letto, e le mie eventuali risposte sarebbero inutili o fuorvianti.

Che rapporto hai con i tuoi colleghi scrittori?
Non ho al momento rapporti con colleghi scrittori anche perché non mi considero tale. La domanda potrebbe essere comunque posta, magari in altri termini: che rapporto hai con te stesso? E la risposta sarebbe: ci stiamo conoscendo.

Molti autori sostengono che la scrittura è una faccenda privata, non sono particolarmente inclini alla condivisione e allo scambio. Altri, più rari, caldeggiano l’importanza di un confronto. A quale corrente appartieni?
La scrittura è senz’altro una faccenda privata, talmente privata che può diventare un problema, una malattia, allora necessita di un terapeuta. Un editor, un lettore, una figura esterna. Per lo più ti dirà che va bene, che non sei pazzo, ma non riuscirà a convincerti del tutto. Allora, per farti felice, troverà delle cose che non vanno, in quello che scrivi e in te. E tu dirai: lo sapevo! E così sarai finalmente felice.