Lo spazio dedicato ad approfondire la conoscenza con gli scrittori rappresentati da Carta e Calamaio è dedicato oggi a Clara Piacentini, che ha recentemente pubblicato la raccolta di racconti “Bianca come l’Africa”.
Clara ci racconta cosa pensa della scrittura, della lettura e del mondo letterario.

PiacentiniOgni mattina un italiano si sveglia e decide di fare lo scrittore… Battute a parte, ciascuno di noi dovrebbe essere in grado di capire se la scrittura è una dimensione che gli è congeniale o meno, e rendere pubblici i propri lavori solo se – dopo un sincero esame di coscienza – è convinto di potere offrire ai lettori qualcosa di stimolante, degno di attenzione, che valga la pena di essere letto. Quali sono, secondo te, le premesse che “autorizzano” un aspirante autore a prendere in mano la penna (o la tastiera)?
Le premesse: il desiderio, l’impulso, l’urgenza di scrivere, qualsiasi cosa, racconti, lettere, diari, pensieri. Ciò non basta per pensarsi come autori. Si dovrebbe cominciare a scrivere per sé e in un secondo momento analizzare la propria scrittura con occhio critico, dal punto di vista formale e contenutistico. Dal punto di vista formale: deve rispondere al concetto di “buona scrittura “, per come io la intendo, una scrittura che si basi su solide strutture grammaticali e sintattiche (tutte le eccezioni alle regole devono essere scelte consapevoli) e che sia “fruibile” e originale. Riguardo i contenuti già nella domanda viene espressa la necessità di una scrittura che valga la pena di essere letta quando apra sipari diversi alla conoscenza, qualunque sia il genere letterario trattato.
(Eccezione alla “regola delle regole” il caso di Vincenzo Rabito, Terra matta, Einaudi)

Come definiresti la tua scrittura?
Semplice, chiara, essenziale eppure raffinata, ricercata nelle scelte lessicali. Se voglio riferirmi al mio libro “Bianca come l’Africa” riferisco le parole che mi inviò per iscritto il mio maestro dell’età matura, Duccio Demetrio, filosofo, fondatore della Libera Università dell’Autobiografia e dell’Accademia del Silenzio che così si esprime:”la tua scrittura è sempre più limpida ed essenziale, appassionata e controllata, dolce e severamente fluisce”. Queste parole sono state per me motivo di grande orgoglio.

Secondo te è necessaria una preventiva formazione al mestiere di scrittore? Se sì in cosa dovrebbe consistere?
Io penso di sì, a meno che uno abbia in sé il talento e il genio che a pochi è dato avere. In cosa potrebbe consistere? In corsi di varia natura, ce ne sono tanti, di scrittura creativa, ci sono scuole famose di cui non faccio il nome ma da cui escono libri per grandi case editrici, libri che personalmente considero “omologati” quanto a struttura e contenuti. Credo di più in corsi di scrittura narrativa, per piccoli gruppi di persone tenuti da chi possiede i ferri del mestiere e crede davvero nel potere di insegnamento, di riflessione e di ricerca del bello (inteso nel senso classico, come arte) che la scrittura dovrebbe avere.
Personalmente, per mia formazione, conduco Laboratori e Seminari di scrittura autobiografica dove, a seconda dei livelli, coniugo la narrazione di sé con il linguaggio poetico e la finzione letteraria.

Dicono che in Italia ci sono troppi scrittori e pochi lettori. Qual è il tuo rapporto con la lettura?
Leggo molto, in modo un po’ folle e disordinato, ma questo non significa che lo faccia in maniera superficiale. Un esempio di questi giorni: un saggio di Maurizio Bettini e Luigi Spina: Il mito delle sirene, Einaudi; appena letti d’un fiato due libri di letteratura per ragazzi (Guus Kuijer e Bernard Friot gli autori); Vita della Mazzucco, ben scritto, lettura d’evasione serale quando la mente è stanca e riflessione sul fenomeno della nostra emigrazione. Ho la mania di segnare i libri che leggo, con brevi appunti di una mia personale critica.
Philip Roth e Alice Munro i miei autori approfonditi anche perché ho scritto un breve saggio dal titolo: Il Corpo fragile.

Spesso nei confronti di chi scrive – nel nostro Paese – nascono pregiudizi che alcuni autori liquidano con una alzata di spalle, mentre altri considerano penalizzanti. Tu ne hai riscontrati? Che ne pensi?
Ho riscontrato più che altro che autori bravi e famosi, italiani e stranieri, pubblicano e continuano a pubblicare anche quando hanno esaurito il sacro fuoco e la vena creativa, arrivando a mezzucci di pagine scritte  a grandi caratteri e con grandi spazi o allungando il brodo, come si suol dire, con un’espressione poco elegante, ma che rende l’idea.
Siccome non mi considero ancora una scrittrice, anche se auspico che il mio cammino possa proseguire in tal senso, non mi pongo troppo il problema anche se penso che le leggi del marketing prevalgano sulla ricerca e pubblicazione di buoni autori.

Qual è la domanda che i tuoi lettori ti fanno più spesso?
Mi chiedono se è tutto vero quello che ho scritto. Rispondo che la mia scrittura nasce da una formazione autobiografica, ma su questa base posso trasformare il racconto di sé in un racconto dove l’immaginazione interviene in gran parte delle vicende trattate. È chiaro che se ho scritto dell’Africa dove ho vissuto sono reali le descrizioni di luoghi e spazi, si sente l’amore per una terra così remota all’esperienza dei più (non è certo l’Africa dei villaggi turistici), una terra ricca di contrasti e ancora incomprensibile anche quando si crede di averla compresa.

Che rapporto hai con i tuoi colleghi scrittori?
Ho rapporti di stima e di fiducia. Non ho difficoltà a dare i miei scritti. Ricevo i loro, magari presentati in manifestazioni culturali e non ancora pubblicati. Non mi sfiora nemmeno l’idea della competizione.

Molti autori sostengono che la scrittura è una faccenda privata, non sono particolarmente inclini alla condivisione e allo scambio. Altri, più rari, caldeggiano l’importanza di un confronto. A quale corrente appartieni?
Penso di aver già risposto nella domanda precedente. È importante il confronto.