CamporesiOggi conosciamo meglio Lorella Camporesi, autrice rappresentata da Carta e Calamaio, che ha risposto alle nostre domande sulla scrittura e tutto ciò che vi ruota attorno.
Lorella ha pubblicato la raccolta di poesie “Appunti di un sabato pomeriggio”, il diario “Vita da prof”  e il romanzo breve “Il Chirurgo – una storia riminese”.

 

 Ogni mattina un italiano si sveglia e decide di fare lo scrittore… Battute a parte, ciascuno di noi dovrebbe essere in grado di capire se la scrittura è una dimensione che gli è congeniale o meno, e rendere pubblici i propri lavori solo se – dopo un sincero esame di coscienza – è convinto di potere offrire ai lettori qualcosa di stimolante, degno di attenzione, che valga la pena di essere letto. Quali sono, secondo te, le premesse che “autorizzano” un aspirante autore a prendere in mano la penna (o la tastiera)?
Io penso che si possa scrivere per tanti motivi, non necessariamente finalizzati alla pubblicazione. Oggi viviamo in un tempo in cui spesso “parlare” è più importante che “avere qualcosa da dire”.
Credo che per prendere in mano la penna, prima di tutto si debba invece avere qualcosa da dire, si debba cioè sentire l’urgenza di un contenuto che vuole essere scritto.
La pubblicità di ciò che si scrive è un passo ulteriore e non sempre automatico: non è retorico dire che si può anche scrivere soltanto per se stessi.
Per proporre una pubblicazione, invece, è necessario prendere le giuste distanze da ciò che si scrive, per valutare se la lettura potrebbe essere interessante per altri.
Personalmente, lascio “decantare” il testo: se rileggendolo dopo un certo tempo, mi sembra ancora interessante come quando l’ho elaborato, allora forse vale la pena di proporlo ai lettori.
Come definiresti la tua scrittura?
La mia scrittura affonda le sue radici nella cultura classica su cui mi sono formata e che amo moltissimo.
Ci sono due cose che mi affascinano della parola scritta: la musica delle frasi – che non è musicalità, ma ritmo, battito, armonia che si accordano con il racconto – e la forza delle singole parole, che si trova andando all’osso delle stesse, ritrovandone la semplicità etimologica. Quindi quando scrivo vado alla ricerca di questi due elementi.

Secondo te è necessaria una preventiva formazione al mestiere di scrittore? Se sì in cosa dovrebbe consistere?
Credo che sia giusto definire “mestiere” quello dello scrittore: come in ogni mestiere artigiano, la creatività è essenziale, ma da sola non basta, perché l’idea deve prendere una forma che sia efficace per trasmetterla.
In cosa consiste? Come per ogni lavoro, nella conoscenza dello strumento, che è il linguaggio, con le sue regole, ma anche con la sua storia. Qual è il “tirocinio” più efficace? Leggere, leggere, leggere.

Dicono che in Italia ci sono troppi scrittori e pochi lettori. Qual è il tuo rapporto con la lettura?
Io sono sempre stata una lettrice accanita. Fin da piccola leggevo di tutto: ricordo che quando andavo a trovare i miei bisnonni, mi mettevo a leggere perfino il calendario di frate Indovino, visto che non c’erano libri a portata di mano. Scrivere per me è stato un po’ come smontare la scatola del mio giocattolo preferito, il libro, appunto, per vederlo anche da dentro.

Spesso nei confronti di chi scrive – nel nostro Paese – nascono pregiudizi che alcuni autori liquidano con una alzata di spalle, mentre altri considerano penalizzanti. Tu ne hai riscontrati? Che ne pensi?
Capita che ci siano due tipi di pregiudizi: da un lato l’atteggiamento di chi si considera esperto di letteratura e guarda con sufficienza chi si definisce uno scrittore, come se gli scrittori dovessero essere per forza tutti americani o tutti già defunti. Dall’altro, c’è chi prova, secondo me, un pizzico di invidia e pensa: “Se scrive lui, sarei capace anch’io…”. Personalmente, scrivo se ne sento l’urgenza, quindi per rispondere prima di tutto ad un mio bisogno e comunque non ho la pretesa che i miei scritti piacciano e interessino chiunque, quindi non sono particolarmente ferita dai pregiudizi di questo genere.

Qual è la domanda che i tuoi lettori ti fanno più spesso?
In generale, mi chiedono quando trovo il tempo di scrivere, visti i miei impegni lavorativi. In riferimento ai miei scritti, più di uno mi ha chiesto come è nata la storia che racconto ne “Il Chirurgo” e perché si interrompe così bruscamente. Ho promesso che avrà un seguito, appena trovo il tempo.

Che rapporto hai con i tuoi colleghi scrittori?
Con gli scrittori che conosco personalmente, ho ottimi rapporti. Mi piace anche seguire alcuni di loro, quando tengono corsi di scrittura, perché lo trovo un momento molto proficuo. Parlo ad esempio di Michele Marziani o di Cristian Conti. Al momento, poi, sto lavorando ad un progetto con un’amica scrittrice, Angelica De Palo, che ha appena pubblicato la sua opera prima, “Venere vendicami”.

Molti autori sostengono che la scrittura è una faccenda privata, non sono particolarmente inclini alla condivisione e allo scambio. Altri, più rari, caldeggiano l’importanza di un confronto. A quale corrente appartieni?
Non credo allo scrittore solitario che crea, chiuso nella sua torre d’avorio. Penso che sia un’astrazione che non è mai esistita, perché anche in passato chi faceva letteratura apparteneva a circoli e si confrontava con altri scrittori. Se questo era vero un tempo, tanto più deve esserlo nell’era di internet e dell’“intelligenza collettiva”. D’altra parte, è anche vero che il confronto è sincronico, con i contemporanei, ma non può non essere anche diacronico. In fondo siamo nani sulle spalle di giganti.