IMG-20150921-WA0009Riflettori puntati, oggi, su Roberta Marcaccio,  autrice esordiente a cui abbiamo rivolto qualche domanda relativa alla scrittura, i libri e tutto ciò che vi ruota attorno.
Se desiderate aggiungere il vostro punto di vista siete i benvenuti!

Ogni mattina un italiano si sveglia e decide di fare lo scrittore… Battute a parte, ciascuno di noi dovrebbe essere in grado di capire se la scrittura è una dimensione che gli è congeniale o meno, e rendere pubblici i propri lavori solo se – dopo un sincero esame di coscienza – è convinto di potere offrire ai lettori qualcosa di stimolante, degno di attenzione, che valga la pena di essere letto. Quali sono, secondo te, le premesse che “autorizzano” un aspirante autore a prendere in mano la penna (o la tastiera)?
È una domanda che mi pongo spesso, soprattutto quando gironzolo in mezzo agli scaffali (reali o virtuali) di una libreria. E più che una domanda, è un esame di coscienza che riguarda soprattutto me.
Scrivere è qualcosa che brucia dentro e che spinge per emergere, è una passione che non si placa se non con la scrittura. Solitamente non ci si improvvisa scrittori, non ci si sveglia un giorno e si decide che si vuole pubblicare un libro. Un libro lo si scrive, non lo si pubblica. È contorto lo so, perché allora la domanda successiva è: “Perché tu hai deciso di pubblicare?”
Scrivere è importante, innanzi tutto per me stessa. È un processo interiore, una ricerca solitaria di quello che sono e di quello che desidero. È mettere uno vicino all’altro i tesori raccolti durante il cammino da poter condividere oppure usare per la propria crescita personale. Perché scrivere è crescere.
Scrivere è doveroso se si ha qualcosa da comunicare, un messaggio da diffondere, un consiglio, anche piccolissimo, da dare agli altri. Per anni ho letto solo libri che mi lasciassero qualcosa. Storie che nutrissero la mia anima. Storie così vere da fare piangere, ma anche così incredibili da fare sognare o ironiche da far sorridere.
Ho conosciuto “autori di se stessi”, che scrivono e poi chiudono tutto in un cassetto, e autori che invece vivono la scrittura come un progetto più ampio, con il fine ultimo della pubblicazione.
Io credo che non sia tanto importante scrivere per pubblicare, quanto avere una bella storia, scritta bene, che possa interessare gli altri.
La pubblicazione, poi, verrà da sé.

Come definiresti la tua scrittura?
Un viaggio dentro me stessa e nelle vite che vorrei…
Quando scrivo entro in una dimensione parallela in cui io non sono protagonista, ma fedele “trascrittore”.
Dalla fase della ideazione/progettazione fino alla prima stesura, il mio ruolo è semplicemente quello di osservare la storia, i personaggi, parlare con loro, ascoltarli, interrogarli e poi trascrivere, prima sotto forma di progetto (con schemi, disegni, appunti, ricerche), poi di scrittura vera e propria.
Quando comincio ad accatastare idee per una nuova storia, non so che uso farne. Tutto avviene in modo abbastanza automatico.
Prima raccolgo, raccolgo, raccolgo; poi scrivo, scrivo, scrivo… E quando scrivo è la storia a dirmi dove devo andare, sono i personaggi a parlare, io mi limito a riportare su carta.
La prima volta che capii che tutte quelle parole con cui continuavo ad imbrattare fogli, agende, file, post-it potevano diventare storie da raccontare, provai un’emozione che ancora ricordo, una scarica di adrenalina che vivo ogni volta che scrivo la parola FINE. Quel giorno mi dissi che quello era ciò che volevo fare da grande: trovare storie che facessero emozionare, che scuotessero l’anima e il cuore di chi le leggeva, che contenessero quei sentimenti di cui la vita a volte è avara. Che facessero piangere o ridere come piangevo o ridevo io mentre le scrivevo.

Secondo te è necessaria una preventiva formazione al mestiere di scrittore? Se sì in cosa dovrebbe consistere?

Sì, è necessaria.
Dando per scontato la padronanza della grammatica e dell’italiano (che tanto scontato a volte non è!), la prima scuola, per un aspirante scrittore, è lo studio dei testi dei grandi autori, dai classici ai moderni. Leggere tanto e di tutto, comprese le riviste, i giornali e i testi professionali; qualsiasi tipo di documento scritto insegna qualcosa. Senza dimenticare i libri il cui genere sia lo stesso di cui si scrive.
La seconda vera scuola è il confronto con i “veri” autori e questo può avvenire tramite i corsi di scrittura creativa oppure la lettura di libri o blog a tema. Da questo confronto si raccolgono consigli e trucchi che l’aspirante può utilizzare oppure cestinare.
Più che imparare a scrivere occorre imparare a creare un proprio stile e non c’è migliore scuola della pratica costante e dell’inciampo.
Scrivere, scrivere, scrivere e poi cadere, sbagliare, correggere…
Per quanto mi riguarda ho avuto due grandi maestri che non solo mi hanno insegnato a scrivere, ma hanno tirato fuori il coraggio per migliorarmi, capire qual è il mio stile, il genere, il tipo di scrittura che voglio fare e quali gli errori da cui difendermi…

Dicono che in Italia ci sono troppi scrittori e pochi lettori. Qual è il tuo rapporto con la lettura?
Maniacale. Leggere e scrivere sono ossigeno. Senza non potrei crescere, migliorare, imparare, sapere… vivere.
Quando sento snobbare la lettura dei libri (di qualunque tipo), inorridisco. Io sono sicuramente eccessiva, leggo ovunque, nei momenti più impensati, anche se ho solo pochi minuti, mentre cammino, al semaforo, in fila alla posta o in metrò. Leggo su qualsiasi supporto, basta che sia un libro. Leggo qualsiasi cosa, ma mi riservo il diritto di interrompere la lettura, nel pieno rispetto dei miei diritti di lettrice (vedi “I diritti imprescrittibili del lettore”, da “Come un romanzo” di Daniel Pennac).
Ora che ci penso, come lettrice sono terribile, se mi stanco di un libro, o mi annoio, lo abbandono a metà, vado avanti e indietro nelle pagine come fosse una videocassetta, leggo e rileggo frasi che mi piacciono, critico, piango, rido e sottolineo, faccio le “orecchie” alle pagine e prendo appunti (con il digitale non lo posso più fare!)…
È quello che vorrei un lettore facesse con un mio romanzo!

Spesso nei confronti di chi scrive – nel nostro Paese – nascono pregiudizi che alcuni autori liquidano con una alzata di spalle, mentre altri considerano penalizzanti. Tu ne hai riscontrati? Che ne pensi?
Pregiudizi pochi, curiosità tanta.
Quando le persone scoprono che scrivo, è più la voglia di sapere cosa scrivo, di quali argomenti, quando trovo il tempo, se parlo di cose mie…
Quello che mi capita piuttosto spesso è di imbattermi in aspiranti scrittori che si arrogano il diritto di definirsi “scrittori” e dispensano consigli a chi, come loro, si avvicina da poco alla scrittura. Penso che in ogni situazione della vita occorra umiltà: partire come ultimi, puntare al massimo e rallegrarsi del risultato raggiunto.

Qual è la domanda che i tuoi lettori ti fanno più spesso?
Di solito, chi legge i miei lavori, è interessato alla trama, ai personaggi, all’idea che una storia del genere possa essere autobiografica. Credo sia questa la curiosità maggiore, carpire qualcosa di me in mezzo alle righe, sperare che attraverso la storia sia possibile conoscere la mia vita.
È quando, delusi, si sentono rispondere che la storia non è autobiografica, allora la domanda che nasce spontanea è… ma come ti vengono certe idee?

Che rapporto hai con i tuoi colleghi scrittori?
Nonostante la distanza, con alcuni colleghi scrittori siamo diventati grandi amici e quando possibile ci scambiamo i nostri testi per un consiglio o una critica, meglio se distruttiva, così da costringerci a tirare fuori il meglio. Da ciascuno di loro ho imparato tantissimo.

Molti autori sostengono che la scrittura è una faccenda privata, non sono particolarmente inclini alla condivisione e allo scambio. Altri, più rari, caldeggiano l’importanza di un confronto. A quale corrente appartieni?
La scrittura resta privata fino a quando l’autore conserva gelosamente per sé ciò che scrive.
Dal momento in cui l’opera esce dallo scrigno in cui è contenuta, e viene divulgata, diventa merce di scambio.
Personalmente rispetto moltissimo coloro che scrivono per se stessi, raccolgono la storia in un racconto e lo chiudono in un cassetto, ma senza ombra di dubbio posso affermare di appartenere alla categoria degli scambisti.
Nel mio caso il confronto nasce già dall’idea, condivisa con la mia editor e continua per tutto il periodo di realizzazione. Un’altra persona importante che mi assiste fin dalla fase iniziale (e che sopporta le mie ansie e legge tutto più volte) è, come la definisce S. King, la mia Lettrice Ideale, una delle mie più care amiche, colei che di me conosce anche dove poggio i piedi.
Dopo la prima stesura, solitamente, allargo la platea di lettori e lettrici, per capire le reazioni, lo stato d’animo e ricevere consigli.
Per crescere è essenziale il confronto. Anche un no o un rifiuto sono importanti per diventare grandi.