Chi sono i professionisti che fanno parte del team di Carta e Calamaio? Una volta tanto puntiamo i riflettori dietro le quinte e vi offriamo la possibilità di conoscerli meglio attraverso alcune interviste. Iniziamo oggi con Federica D’Ascani, editor e scrittrice che per Carta e Calamaio si occupa di rappresentanza editoriale.

11992034_10206387042186379_513652874_nOgni mattina un italiano si sveglia e decide di fare lo scrittore… Battute a parte, ciascuno di noi dovrebbe essere in grado di capire se la scrittura è una dimensione che gli è congeniale o meno, e rendere pubblici i propri lavori solo se – dopo un sincero esame di coscienza – è convinto di potere offrire ai lettori qualcosa di stimolante, degno di attenzione, che valga la pena di essere letto.
Quali sono, secondo te, le premesse che “autorizzano” un aspirante autore a prendere in mano la penna (o la tastiera)?
Aver letto di tutto e per anni, sincerandosi, inoltre, di avere in mano almeno le basi grammaticali adatte. Questo in primo luogo. Poi arriva la cosa, forse, ancora più importante: avere qualcosa da dire. Ma da dire veramente, senza copiare, senza cercare di arrivare solo perché si ha una visione romantica dello scrittore alla Richard Castle: un libro, un best seller. Non funziona così e se l’italiano in oggetto ha come prerogativa “diventare famoso nel mondo” lasciasse perdere, quello dello scrittore non è il mestiere che fa per lui.

Perché hai scelto di lavorare in ambito editoriale?
Perché ciò che mi appartiene è tutto quello che gravita attorno alla parola scritta.   Da autrice a editor il passo non è stato affatto breve, anzi faticoso, ma necessario. Necessario per la mia formazione e anche per chi ha visto in me un aiuto concreto laddove riceveva solo risposte affettate e prive di empatia. Il mondo editoriale è un mare pieno di squali e io mi sento di voler e poter aiutare chi veramente merita di emergere.

Spesso ci si sofferma poco sulle professioni del libro che affiancano e supportano lo scrittore nella realizzazione del progetto editoriale. Cosa significa realmente editare un libro?
Significa entrare in sintonia con i personaggi, con la storia, valutando ogni minimo dettaglio senza, però, invadere la creatività o lo stile dell’autore. Non si tratta solamente di correggere qualche refuso qua e là, si tratta di comprendere quanto una trama sia valida, come potrebbe rendere in maniera migliore, renderla coerente in ogni su forma in base al pubblico di riferimento. Scrivere un libro non è affatto semplice, ma capirlo davvero è ancora più complicato.

Secondo te è necessaria una preventiva formazione al mestiere di editor? Se sì in cosa dovrebbe consistere?
Molte persone sono convinte che sia sufficiente conoscere la grammatica italiana per poter editare un romanzo, o un saggio o altro. È vero invece che il mestiere di editor richiede una formazione costante, un lavoro a 360 gradi, una cultura abbastanza vasta (e internet, in epoca moderna, salva tante teste) e un amore viscerale per la lettura e la comprensione di un testo. Richiede curiosità, empatia, capacità narrativa e altruismo. Non conosce gelosia o ambizione, ma necessita di sacrificio  e senso del dovere. La formazione è necessaria per le competenze grammaticali e strutturali, ma poi entrano in gioco tanti altri fattori che: o si hanno o non si hanno. Quando penso al mestiere di editing penso ai gruppi polifonici importanti, dove i cantanti viaggiano tutti in un’unica direzione, senza tentare di spiccare, senza cercare di prevalere sull’altro. Essere editor per me significa camminare di fianco all’autore, supportandolo, senza far prevalere il proprio stile, ma affinando il suo, cercando anche di far emergere le sue caratteristiche peculiari, in alcuni casi, sconosciute ancora addirittura a lui. Credo quindi che si tratti di una vocazione e che ci si dovrebbe approcciare alla formazione solo se in possesso di questi requisiti.

Dicono che in Italia ci sono troppi scrittori e pochi lettori. Qual è il tuo rapporto con la lettura?
Per motivi che esulano dalla mia volontà (vedi: la vita) sono portata a leggere molto meno di quanto vorrei. Ovviamente leggo ogni giorno, per lavoro, ma il tempo dedicato a quel tipo di lettura che rende una persona migliore (sì, lo penso davvero) è ridotto al lumicino. Cerco in ogni caso di macinare almeno quattro o cinque capitoli a sera, dei libri che catturano la mia attenzione di book addicted. Devo ammettere, a ogni modo, che da quando ho iniziato a leggere con più calma, assimilo molto meglio i concetti espressi dagli autori, godendomi la storia come è nell’intento originario di chi l’ha ideata. Non tutti i mali vengono per nuocere, in fondo, e il mio rapporto con la lettura ha raggiunto quasi il nirvana.

Qual è la domanda che gli scrittori ti fanno più spesso?
Ma quella casa editrice quanto ci mette per rispondere? Fa pubblicità? (E qui integro anche la risposta: no, la maggior parte fa poca promozione, rassegnatevi.)

Che rapporto hai con i tuoi colleghi?
Confrontarsi con gli editor è sempre stimolante, si vedono i diversi punti di vista e si ha sempre qualcosa da imparare. Credo che l’onestà attiri onestà, quindi posso dire tranquillamente di avere un gran bel rapporto con alcuni di questi.

E con gli scrittori con cui collabori?
Mi hanno detto di essere stata fortunata nell’aver incontrato fino a ora belle persone con le quali lavorare in tutta tranquillità. Secondo me vale un po’ il discorso di prima. L’onestà attira onestà.

Quali sono gli aspetti più belli del tuo lavoro?
Sentire di aver partecipato a qualcosa di importante. In fondo si ha la  possibilità di essere parte, anche marginale, di una storia. Diciamoci la verità: un minimo di egocentrismo risiede in ognuno di noi. Per questo motivo mi sento realizzata davanti alla soddisfazione dell’autore a lavoro ultimato. Per questo scelgo di continuare ad  amare questo lavoro.

E i meno piacevoli?
Ma che vuoi essere pagata?

Si sa che lavorare nell’editoria non permette di diventare ricchi, ma a parte il ritorno economico (esiguo o equo che sia), cosa ti “rimane” dopo avere lavorato ad un libro?
Mi rimane un bel rapporto instaurato con l’autore (in alcun casi ne è scaturita anche una bella amicizia) la consapevolezza di aver dato tutta me stessa, la speranza che gli altri vedano il buono che ho visto io nel testo (quando c’è… e non solo il buono, ma anche il testo!)