simona cremoniniLa nostra rubrica periodica che ha l’intento di approfondire la conoscenza con gli autori di Carta e Calamaio rispetto alle loro idee sulla scrittura e tutto ciò che vi ruota attorno, è dedicata oggi a Simona Cremonini autrice di vari libri dedicati alle leggende del Garda.
Cosa ne pensate? Siete d’accordo col suo punto di vista? Ogni commento o critica (civile) sarà gradito.

 Ogni mattina un italiano si sveglia e decide di fare lo scrittore… Battute a parte, ciascuno di noi dovrebbe essere in grado di capire se la scrittura è una dimensione che gli è congeniale o meno, e rendere pubblici i propri lavori solo se – dopo un sincero esame di coscienza – è convinto di potere offrire ai lettori qualcosa di stimolante, degno di attenzione, che valga la pena di essere letto. Quali sono, secondo te, le premesse che “autorizzano” un aspirante autore a prendere in mano la penna (o la tastiera)?
Io penso che sia giusto che un possibile autore si sperimenti e che non sia sbagliato il fatto che chiunque possa scrivere; l’errore di fondo, a mio avviso e per quello che ho visto nella mia esperienza, è proprio che molti di coloro che si mettono a scrivere pensano che tutto e qualunque cosa venga scritta debba poi, per forza, essere pubblicato. Sono dell’idea che solo esercitandosi e impegnandosi a scrivere nel tempo si possano avere buoni risultati che vale la pena diffondere.
Penso che la scrittura sia una bella forma di espressione e che nessuno se la debba precludere, però (e sottolineo questo però) bisogna essere consapevoli che la pubblicazione sta alla scrittura come il cucinare in un ristorante per dei clienti sta all’essere bravi al cucinare per gli amici. La dimensione intima e intimistica dello scrivere dovrebbe essere assolutamente distinta da una fase seguente, quella pubblica e di comunicazione del proprio scritto.
Di base, credo che la conoscenza della lingua (grammatica, sintassi, lessico) sia indispensabile almeno quanto l’essere dei forti lettori e aver letto abbastanza per sapere in cosa consiste il genere di cui si vuole scrivere, che sia commedia, rosa, giallo, fantascienza, storia o altro.Come definiresti la tua scrittura?
La definirei un dialogo tra me e la storia che voglio raccontare, nel quale ascolto molte voci. Scrivere per me è raccontare una storia, quindi è anche comunicare con il pubblico che potrebbe leggermi; però è anche un momento in cui, appunto, do retta a molte “voci”: quelle delle letture che ho fatto, quelle dei consigli (e delle critiche) che ho ricevuto, e poi anche la mia voce critica, perché purtroppo spesso mi bacchetto da sola se penso di non aver fatto abbastanza o mi sembra di aver preso delle scorciatoie.
Rispetto al mio “genere”, per quanto riguarda i miei libri di narrativa già pubblicati, mi piace definire il mio tipo di storie come “fantasy gardesano”, ovvero un genere “cugino” del fantasy mediterraneo, anche se in realtà i miei mondi sono fantasy solo in parte perché, quando non parlo della dimensione mitologica del lago, c’è una dimensione realistica molto spiccata e appartengono più a un genere fantahorror.

Secondo te è necessaria una preventiva formazione al mestiere di scrittore? Se sì in cosa dovrebbe consistere?
Per iniziare a scrivere probabilmente una formazione specifica non è indispensabile, ma da soli di certo non si arriva a farne un mestiere.
Credo che la prima formazione per uno scrittore o aspirante tale consista in una cosa che per me è “scontata” ma che per altri può non esserlo: leggere. Leggere molto, così da capire il tipo di testo che si vuole scrivere e come farlo al meglio, perché non c’è nulla di meglio del leggere per aiutarsi a lavorare a un testo che abbia senso di esistere e di essere pubblicato e diffuso.
Formalmente penso che non ci sia una scuola o un percorso univoco. Io per esempio, nella mia formazione, ho avuto delle esperienze di corsi e laboratori di scrittura creativa molto validi, ma non do per scontato che quelli che ci sono in giro siano tutti di valore.

Dicono che in Italia ci sono troppi scrittori e pochi lettori. Qual è il tuo rapporto con la lettura?
Leggo molto, almeno 2 o 3 libri al mese, oltre al fatto che scrivendo non solo narrativa ma anche saggistica in realtà “tocco” molti più libri, perché in sostanza spesso leggo singoli capitoli o pezzi di libro. Oltre al fatto che mi piace leggere (non parto mai per un viaggio, anche breve, senza un libro) la trovo anche un’attività molto utile per trovare nuovi stimoli per la scrittura.
Devo dire che in generale invece non sono molto soddisfatta di quello che trovo in edicola, solo raramente sfoglio delle riviste, mentre per lavoro (sono l’addetta stampa di alcune aziende della mia zona) leggo giornalmente quotidiani, soprattutto locali.

Spesso nei confronti di chi scrive – nel nostro Paese – nascono pregiudizi che alcuni autori liquidano con una alzata di spalle, mentre altri considerano penalizzanti. Tu ne hai riscontrati? Che ne pensi?
Cerco di andare oltre i pregiudizi e spesso, poiché come autrice sono abitualmente presente in fiere ed eventi, mi rendo conto che è giusto così, andare per la propria strada e portare alle persone il proprio lavoro senza farsi influenzare dalle generalizzazioni.

Qual è la domanda che i tuoi lettori ti fanno più spesso?
Visto che nella narrativa ci sono spesso elementi reali o realistici (luoghi e tradizioni) e che nei miei lavori di ricerca/saggistica parlo di luoghi reali, di solito mi chiedono cosa c’è di vero nelle mie storie o mi chiedono dei consigli su dove andare se utilizzano i libri come guide.

Che rapporto hai con i tuoi colleghi scrittori?
In molti casi buono oppure ottimo, nel tempo ho stretto diverse amicizie con altri autori e autrici; e anche scrittori che nel tempo hanno abbandonato “la penna” sono rimasti tra i miei più cari amici.
Non si può essere amici di tutti, ma in generale ho sempre avuto rispetto per gli altri e ne ho sempre ricevuto.

Molti autori sostengono che la scrittura è una faccenda privata, non sono particolarmente inclini alla condivisione e allo scambio. Altri, più rari, caldeggiano l’importanza di un confronto. A quale corrente appartieni?
Senza dubbio alla seconda. Ho avuto la fortuna, la grande fortuna, di avere nel tempo molte persone (altri autori o professionisti del settore) con cui confrontarmi e in qualche caso di essere stata presa per le orecchie: sono molto cresciuta come autrice grazie a questo. Aver collaborato per 5 anni alla redazione della Rivista letteraria Inchiostro, poi, mi ha messo nella condizione di fare tesoro anche delle critiche degli altri e aiutarmi a essere esigente verso me stessa e quello che scrivo.
La scrittura resta privata finché non si tira fuori un’opera dal cassetto: da lì in poi, se si pensa alla pubblicazione, non si può evitare un sereno confronto con un editor, con una casa editrice, con dei lettori, con il pubblico. Se no tanto vale tenere nascosto a tutti il proprio “tesoro”.