970183_10200609162143330_488392001_nLa nostra rubrica periodica che ha l’intento di approfondire la conoscenza con gli autori di Carta e Calamaio rispetto alle loro idee sulla scrittura e tutto ciò che vi ruota attorno, è dedicata oggi a Gian Andrea Rolla del quale è appena stato pubblicato il romanzo Non troverai che infinito.
Cosa ne pensate? Siete d’accordo col suo punto di vista? Ogni commento o critica (civile) sarà gradito.

 Ogni mattina un italiano si sveglia e decide di fare lo scrittore… Battute a parte, ciascuno di noi dovrebbe essere in grado di capire se la scrittura è una dimensione che gli è congeniale o meno, e rendere pubblici i propri lavori solo se – dopo un sincero esame di coscienza – è convinto di potere offrire ai lettori qualcosa di stimolante, degno di attenzione, che valga la pena di essere letto. Quali sono, secondo te, le premesse che “autorizzano” un aspirante autore a prendere in mano la penna (o la tastiera)?
Scrivere é un piacere. A volte è una cura. Siamo autorizzati dal nostro istinto di sopravvivenza. È appunto come in Africa quando ogni mattina l’antilope corre e il leone le corre dietro. E ai lettori non bisogna pensare, mai, l’arte o è libera o non è. Parafrasando Hemingway, se poi qualche lettore, in quel che scriviamo, ci trova qualcosa che gli stimola emozioni o riflessioni, vuol dire che quel qualcosa ce l’aveva già dentro, lo scrittore non ha né merito né colpa. Puoi far leggere a Berlusconi otto ore al giorno di Leopardi, quello continuerà a pensare ai comunisti, non all’infinito.

Come definiresti la tua scrittura?
Americana. L’obiettivo è copiare i nordamericani, il risultato è che sono un autore sudamericano, affetto da realismo magico. Destino di tanti emigranti mediterranei, me ne devo fare una ragione. Comunque Jorge Amado e Pablo Neruda mi piacciono molto. Marquez e l’Allende di meno. I miei preferiti sono Mark Twain, Jack London, Melville, John Fante, John Steinbeck, Hemingway, Henry Miller, Raimond Chandler, Norman Mailer, Tennessee Williams, Truman Capote, Jack Kerouack, Bukowsky… A Hemingway voglio bene perchè era una donna prigioniera nel corpo di un uomo, come me. Sua madre l’aveva capito, e anche la mia. Le mamme sono speciali.

Secondo te è necessaria una preventiva formazione al mestiere di scrittore? Se sì in cosa dovrebbe consistere?
Sono  necessari un sussidio di disoccupazione per i formatori al mestiere di scrittore e un decreto governativo d’urgenza per vietare corsi di formazione al mestiere di scrittore.

Dicono che in Italia ci sono troppi scrittori e pochi lettori. Qual’è il tuo rapporto con la lettura?
Leggere mi ha sempre annoiato, a parte le eccezioni di cui sopra, più pochi altri, Omero, Catullo, Lucrezio, Seneca, Epicuro, Virgilio, Shakeaspeare, Dante, Cecco Angiolieri, Lorenzo de’ Medici, Erasmo da Rotterdam, Leopardi, Belli, Goldoni, Ruzzante, Rabelais, Thomas Moore, Thomas Eliot, Shelley, Trilussa, Salvatore Di Giacomo, Maigret, Agatha Christie, Elio Vittorini, Cesare Pavese, Alberto Moravia, Camilleri meno Montalbano, sono più belli i telefilms, Conrad, Luciano Bianciardi, Dostoesvky, Majakowsky, Turgheniev, Maupassant, Boris Vian, anche Paul Gauguin scriveva bene, Noa-Noa è una meraviglia, comunque uno stretto manipolo, il resto è noia diceva la canzone, la noia dei più è forse la ragione principale che mi ha spinto a scrivere da quando ho imparato a scrivere, avevo cinque anni quando imparai contemporanamente a leggere e a scrivere. Fui svelto a capire che bisognava dare una mano al noioso mondo della letteratura.

Spesso nei confronti di chi scrive – nel nostro Paese – nascono pregiudizi che alcuni autori liquidano con una alzata di spalle, mentre altri considerano penalizzanti. Tu ne hai riscontrati? Che ne pensi?
I pregiudizi sono i figli diletti del conformismo. Impera la melassa buonista, dai tempi del Manzoni. Alla stessa identica materia puzzolente s’impone il termine di feci, si tollera con ipocrita sorrisino l’infantile termine “cacca”, e si storce il naso davanti alla parola “merda”, come se cosi’ definita la materia puzzasse di più. Ma allora vuol dire che “merda” offre un’idea più precisa della materia sulla quale desideriamo esprimerci. Io quindi scrivo “merda” convinto innocentemente di fare la scelta stilistica migliore per servire al meglio il lettore… e in più ho il piacere di urtare i pregidizi e di sentirmi un piccolo eroico ribelle, e la mia vanità è contenta. Per ora ci sono riuscito: non sono nè ricco nè famoso. Ma i pochi che mi leggono, mi confortano perchè quasi sempre l’odore di cui ho scritto l’hanno sentito ben dentro le loro narici e quando me lo fanno sapere, sono contento.

Qual’è la domanda che i tuoi lettori ti fanno più spesso?
Chiedono casa c’è di autobiografico in quello che scrivo. Provo a spiegare che è solo ispirazione dalla realtà e che la realtà che vivo, in Africa per lo più, e in Liguria, nei miei ricordi fino a vent’anni e ormai ne ho sessanta, la realtà è molto più fantasiosa della mia fantasia. La realtà, la vita, presente o passato che sia, ha tutti i meriti e io non faccio che ridurla, semplificarla, storpiarla e abbruttirla, il mesteire dello scrittore in altre parole. Dovrei limitarmi a contemplarla, ma davanti alla bellezza, non riesco a tenere ferme le mani. Per fortuna, la bellezza è consenziente e sorride dei miei goffi approcci. Per ora, non li scambia per molestie sessuali.

Che rapporto hai con i tuoi colleghi scrittori?
Sono membro della factory editoriale i Sognatori, la prima comunità italaina d’autori riuniti attorno a una piccola ma battagliera casa editrice di grande qualità. Con gli altri “fattori sognatori” ci sono scambi di mail e scambi nel forum del sito. Poi altri m’appaiono in sogno e in allucinazione, i vari maestri citati più sopra. Con tutti, il rapporto è cordiale, vivi e morti, non c’è invidia, solo reciproca stima. Il più simpatico è John Fante, i nostri papà erano molto simili, taccagni, brutali, presuntuosi, il suo beveva molto, il mio era più morigerato, ma più provocatore. Quando mi viene a trovare, ci raccontiamo dei nostri papà e anche delle nostre mamme e mogli e dei nostri figli. Il ciabattare di sua madre che spariva in cucina è identico al ciabattare della mia.

Molti autori sostengono che la scrittura è una faccenda privata, non sono particolarmente inclini alla condivisione e allo scambio. Altri, più rari, caldeggiano l’importanza di un confronto. A quale corrente appartieni?
Se uno ti legge, non c’è più privato. La gente è curiosa e cerca conforto, divertimento, pace, cerca quel che vuole, e finchè si cerca si vive, e che poi si trovi, conta meno. Scrivo per dire agli altri che vengano a vedere se ho quello che cercano, e se lo trovano, allora siamo in due, un inizio di pubblico, la scrittura è quindi una faccenda pubblica, come la prostituzione, l’importante è che non ci sia sfruttamento, ma libertà nell’esercitarla.