Il tuo cuore è una scopaOggi  vi offriamo un assaggio di Il tuo cuore è una scopa di Luca Martini, recentemente pubblicato nella collana Officina Marziani di Antonio Tombolini Editore.
Buona lettura!

Fumarsi i ricordi

Le mattine migliori.
A pensarci bene, forse quelle di gennaio.
Spesso erano gelide, ma nelle giornate giuste, quelle con il sole e l’aria tersa che pizzicava le narici, gli sembrava di rivedere la sua terra, quel posto lontano, sbiadito nei ricordi. Era merito della luce rosata che imbrattava il cielo e andava ad adagiarsi sui tetti lucidi delle case. Quasi tutti ancora dormivano ma lui sapeva che a casa sua Anton a quell’ora era già sveglio da un pezzo e stava scaldando la mamaliga per gli altri fratelli. Gli pareva quasi di sentire l’odore delle sue uova fritte.
In quelle mattine così perfette e silenziose Dinu arrivava al lavoro e dopo pochi minuti poteva vedere il sole nascere da dietro le case del quartiere. Era uno spettacolo impagabile che gli ricordava le albe che aveva visto da piccolo, quando il padre la domenica mattina lo portava con sé in città insieme ai fratelli per il mercato. Era un appuntamento fisso perché vivevano in una casa di campagna isolata e approfittavano del mercato della domenica per comperare quanto la loro terra non era in grado di offrire, soprattutto generi alimentari, qualche animale da cortile e, a volte, una camicia o un paio di scarpe, cose che era sempre difficile riuscire a far saltare fuori dai pochi soldi guadagnati con tanta fatica nei campi. Le albe del paese nel quale era nato erano più selvagge e violente di quelle che aveva trovato in Italia, ma il quadro che, con il trascorrere dei minuti, si dipingeva da solo con colori pastello e tinte rosso fuoco tra i parallelepipedi di cemento dei grandi palazzi cittadini riusciva comunque a farlo sorridere di nostalgia. Nella sua terra non esistevano i condomini, c’erano solo vecchie case di campagna e grandi ruderi pericolanti, e il sole, quando saliva, sembrava che carezzasse i campi di frumento prima di andarsi a sistemare in mezzo al cielo.
Dinu seguì la luce nascere, crescere e farsi forte, e quando la vide esplodere con forza e vigore, spuntando con il suo riflesso abbacinante da dietro le case, si preparò ad iniziare il suo lavoro. Posò sul marciapiedi la sacca che si era portato sulla spalla e si guardò attorno.
C’era ancora poca gente in giro e la prima macchina gli passò di fianco quasi senza farsi sentire.
Dinu rovistò alla cieca dentro lo zaino e tirò fuori la bottiglia d’acqua e le spazzole. Si annusò le ascelle e strizzò il naso, passandosi la mano sul cotone macchiato. Ormai era quasi una settimana che non si lavava e pensò che quella sera, finalmente, si sarebbe fatto un bagno. Svitò il tappo, prese il detersivo e lo mise dentro, agitando la bottiglia con forza, fermando il liquido con il pollice. Quando l’acqua diventò di colore biancastro si fermò e si sgranchì le spalle. Poi sputò per terra e controllò un brivido.
“Che freddo di merda. Forza Dinu, si inizia” si disse.
Era pronto.
Il semaforo divenne rosso e una Renault rallentò da lontano, fermandosi a pochi passi dalla striscia bianca.
Dinu sorrise e si avvicinò. La donna che stava alla guida iniziò a fare di no con la testa, abbassò il finestrino e continuò con l’indice. Dinu sorrise ancora.
«E vattene!»
Non era un lavoro facile il suo e, a parte quello spettacolo di inaspettate aurore metropolitane scorte tra le terrazze di palazzoni di cemento, Dinu non riusciva a trovare altri pregi. Se ci pensava gli venivano in mente soltanto cose negative. Innanzitutto il clima, che per metà dell’anno era insopportabile: o troppo caldo o troppo freddo. E poi l’intolleranza della gente, che non si limitava più all’ignoranza, ma rasentava la violenza.
«Va bene, signora, va bene» fece con lo sguardo serio invitandola con la mano alla calma.
«Rompicoglioni» rispose lei ingranando la prima e avanzando di qualche metro.
«Stronza!» le rispose alzando il medio della mano destra. All’inizio aveva ricevuto più di una volta una sportellata sulle ginocchia per avere insistito un po’ troppo. Con il tempo si era fatto furbo, e l’esperienza gli aveva insegnato a tenersi lontano dai guai e a capire quando era il caso di lasciar perdere.
Una volta un gruppetto di ragazzi iniziò a dargli addosso. Era appena arrivato in Italia, conosceva poco la lingua e non immaginava che in giro ci fossero fanatici del genere. Si erano spinti fino a una ventina di metri dal suo semaforo e avevano cominciato a fissarlo, ridendo tra di loro e facendo commenti a voce alta.
«Guarda lo zingaro come sculetta».
«Dici che è frocio?»
«Per me sì, una bella zingarella».
«Uno zingaro frocio, cazzo, è proprio il massimo».
«Il massimo dello schifo».
«Che ne dite? Vediamo se è una zingarella frocia, eh?»
Le risate avevano smorzato le parole, ma Dinu aveva finto di non farci caso e aveva continuato a lavorare. Doveva essere stata quella la cosa che li aveva fatti imbestialire, la sua indifferenza, perché d’un tratto, senza un motivo vero, avevano iniziato a corrergli dietro a suon di insulti e bestemmie. Lui non si era fatto sorprendere e aveva mollato in tempo il suo semaforo, scappando verso il centro della città.
«Fermati, zingarella di merda, vogliamo solo parlarti» gli avevano urlato con le voci deformate dall’esaltazione. Dinu, però, sapeva correre più forte di loro. Quando era piccolo faceva a gara con gli altri ragazzi del paese a chi raggiungeva prima la vecchia torre diroccata, che si trovava a un paio di chilometri dal casolare nel quale viveva. Correva lungo i sentieri polverosi della sua campagna schivando le pietre più grosse e le buche più profonde, e quel ricordo di un’infanzia trascorsa a scorrazzare per i viottoli ora gli ritornava negli occhi e nelle gambe, spingendolo lontano, più veloce della paura. Li aveva seminati all’altezza del giardino pubblico e per essere sicuro di non correre rischi si era infilato in un garage sotterraneo e lì era rimasto per più di due ore. Nascosto da un muretto basso di mattoni grezzi Dinu si era seduto per terra e si era messo a fissare senza volerlo i pietrini in gres rosso del pavimento dell’autorimessa. Decine di immagini gli erano passate davanti agli occhi, finché, quasi per caso, aveva visto una cicca perfetta, schiacciata senza riguardo, proprio lì, davanti a lui, infilata tra il pavimento e la porta di un garage. Rimase a fissarla a lungo, poi si decise ad alzarsi e a raccoglierla, con le mani che gli tremavano. Se l’era rimirata tra le dita, aveva modellato il filtro un po’ schiacciato e aveva aggiustato il tabacco con le unghie. Poi se l’era accesa. Era riuscito a dare soltanto un paio di tirate e le aveva alternate al ricordo di suo nonno, di quando passeggiavano i pomeriggi senza nemmeno un leu in tasca a cercare per strada le sigarette fumate e spente troppo presto. «Sono le più buone queste» gli diceva chinandosi a raccoglierle, e lui ci aveva creduto e si era portato quel ricordo con sé per tutta la vita, nascosto da qualche parte senza nemmeno sapere dove. In quel momento ogni cosa gli era tornata davanti agli occhi e, nonostante la paura per l’aggressione che aveva schivato per un pelo, era riuscito a concedersi un momento che non avrebbe mai più dimenticato. Fece consumare la cicca fino al filtro e solo quando non fu più in grado di tenerla in mano la gettò per terra.
Si era fumato i ricordi.
Il giorno dopo seppe che i cinque ragazzi che l’avevano inseguito erano stati fermati dalla polizia. Avevano picchiato un lavavetri che lavorava a nemmeno duecento metri da lui, imbrattandogli il viso con una svastica di vernice nera. Stava scritto sul giornale. Nel leggere il racconto Dinu capì che quella mattina aveva rischiato grosso e che chissà quante altre volte gli sarebbe successo di essere preso di mira. Aveva avuto paura, è vero, ma sapeva anche che se gli fosse capitato di trovarseli davanti uno alla volta, a mani nude, se la sarebbe giocata. Si era dovuto difendere un sacco di volte da ragazzo, e non aveva più paura delle persone. Quello che lo spaventava erano i gruppi. Con i vigliacchi tutti insieme non c’è molto da fare. Ma presi uno per volta sapeva che li avrebbe battuti. Fu grato, però, a quei nazisti, perché da allora aveva iniziato a guardare per terra e a raccogliere di tanto in tanto i mozziconi di sigaretta più belli, per fumarsi ancora i ricordi e condividere una tirata con chi non c’era più.

Ormai erano quasi due anni che lavorava a quel semaforo.
La mattina iniziava sempre presto, per poter intercettare tutti i professori che andavano a lavorare al Policlinico e che, in genere, erano i più generosi con lui. Qualcuno si faceva lavare anche i fari, altri pure il lunotto posteriore. C’era anche chi gli dava una moneta così, tanto per fare, senza chiedergli niente in cambio. Restava lì tutta la mattina e si fermava soltanto verso l’una, quando la pancia iniziava a lamentarsi per la fame. Andava sempre nello stesso bar, quello che si trovava di fronte al suo semaforo.
«Ehi Dinu, come va la tua giornata?»
«Non male, Franco. È rimasto qualcosa per me?»
«Sì, il solito».
«Bene, allora fammi solito panino a niente, ok?»
«Arriva subito».
Dinu pranzava con un pezzo di pane vuoto che Franco gli conservava dal giorno prima e che non gli faceva nemmeno pagare. Gli vendeva solo la bottiglietta d’acqua da mezzo litro per cinquanta centesimi, un prezzo agevolato che Dinu si era conquistato nel corso dei mesi.
«Sei l’unico extra che non mi ha creato casini. Meriti un premio».
Lì gli volevano tutti bene perché era uno che si faceva gli affari propri. Dinu entrava sempre alla stessa ora, si sedeva sempre allo stesso tavolo e, in quei momenti di pausa, perfezionava il suo italiano leggendo il giornale. Quel bar era diventato il suo posto preferito, in pratica l’unico che frequentasse al di fuori del lavoro al semaforo. Metteva via ogni moneta che riusciva a guadagnare perché diceva di avere grandi progetti per il suo futuro. Tutto era iniziato lì, in quel bar, davanti ad un pezzo di pane secco e ad una vita che voleva rendere luccicante attraverso una spazzola, dell’acqua e un po’ di sapone.
Era arrivato in Italia da clandestino, viaggiando per due giorni su automezzi di fortuna.
«Perché sei venuto proprio in Italia?»
«Sai Franco, per noi in Romania, Italia è come mito. C’è televisione, ballerine, calciatori, soldi. Era posto più bello che potevo andare. In casa si moriva di fame, poco lavoro, solo miseria».
«Arrivare è stato facile?»
«A frontiera con Ungheria è stato facile. Mio fratello Anton conosce funzionario di posto. Difficile è stato passare confine con Italia. Tanti soldi, Franco, e tanta paura. Mi sono nascosto sotto camion che passa ogni lunedì mattina su confine austriaco».
«Cazzo Dinu, proprio come nei film».
«Sì, come in film».
«Certo che sembri proprio il classico extracomunitario buono, volenteroso, onesto e pulito. Cosa nascondi, eh? Non puoi essere così perfetto, Dinu…» disse Franco scoprendo un mezzo sorriso.
«Tutti nascondono qualcosa, amico, tutti hanno segreto».
«E il tuo qual è?»
«Se io ti dico, quale segreto è?»
«Hai ragione».
«Però posso dirti che pulito sono poco, non faccio bagno ogni giorno».
E un sorriso ricambiato faceva morire tutti i discorsi.

Una volta arrivato in Italia Dinu era salito sul primo treno in partenza per un posto qualsiasi e si era trovato quasi per caso in quella città del nord Italia che non aveva mai sentito nominare. Una mattina era sceso dall’autobus, aveva guardato quell’incrocio anonimo ma pieno di automobili ferme al semaforo e si era innamorato di quel posto. Un lavavetri c’era già, ma una delle strade era ancora libera. Decise subito che quello sarebbe diventato il suo semaforo, il luogo dal quale partire per ricostruire il proprio mondo. Così tirò fuori dal sacchetto la spazzola e la bottiglia d’acqua con il sapone sciolto all’interno che gli aveva venduto un immigrato marocchino al dormitorio e si mise a lavare i vetri delle automobili che si fermavano. Per le prime due ore non guadagnò quasi nulla. Però lavava, lavava comunque, anche se non veniva pagato, cercando di stamparsi il sorriso sulle labbra e ringraziando gli automobilisti del nulla che gli davano. Era certo che facendo così prima o poi qualcuno gli avrebbe lasciato qualcosa. Difatti le monete iniziarono ad arrivare, e insieme a loro anche qualcun altro. Verso mezzogiorno, infatti, il lavavetri dell’altro semaforo si avvicinò a lui a grandi falcate. Era un africano dall’età indefinibile, nero come la pece e magro come un chiodo. Si era appoggiato al palo del semaforo e si era messo a fissarlo. Lo guardava lavorare con le braccia conserte e intanto scuoteva la testa.
«Serve qualcosa?» gli chiese Dinu.
«Tu ha chiesto permesso amico?»
«Cosa?» aveva domandato sorpreso.
«Capisci italiano? Tu non ha chiesto permesso. Tu deve chiedere permesso. Vai là dentro, capo verrà lì per parlare con te» gli aveva detto l’africano indicando un locale che stava a pochi metri dal semaforo. Così, senza capire quasi nulla di quello che stava accadendo, era entrato per la prima volta nel bar di Franco e aveva atteso senza consumare nulla, tra gli occhi diffidenti dei frequentatori. Il suo uomo non tardò a presentarsi. Era un nero mastodontico, gli mancava il braccio destro e indossava un completo grigio e un grande cappello nero. Teneva indosso un paio di occhiali scuri a goccia che faticavano a coprire del tutto la forma allungata degli occhi. L’uomo era accompagnato da altre due persone di colore, tutte intente a fargli spazio tra gli avventori. Dinu lo guardò senza fiatare e pensò che quel braccio l’avesse perso in una faida locale, o forse in guerra, magari in Ruanda. Lo immaginò tra i guerriglieri Hutu, lo vide sorridere davanti al fotografo di un giornale europeo, mentre teneva per i capelli, con l’unica mano che gli era rimasta, la testa mozzata di un Tutsi qualsiasi. Al di là di quelle fantasie, l’uomo che si trovava di fronte, che pure non sembrava un boss, lo intimoriva. Anche il tono della sua voce era rauco e aggressivo. Parlò chiaramente fin da subito, guardando altrove e senza perdere tempo. Gli domandò la metà di quanto avrebbe incassato durante la sua giornata. I soldi li avrebbe consegnati ogni sera al suo collega che lavorava dall’altra parte dell’incrocio.
«Perché?» disse.
«Perché queste sono condizioni per lavorare» rispose il capo senza scomporsi.
«E se non pago?»
«Ti uccido» gli aveva detto voltandosi verso di lui e togliendosi gli occhiali.
Dinu l’aveva osservato diritto negli occhi. Le sue orbite erano enormi e all’interno del bianco un po’ giallastro che circondava la pupilla si diramavano una serie di capillari rossi. Dinu si girò, guardò attraverso il vetro l’incrocio trafficato e decise di accettare. I due si strinsero la mano e, subito dopo, i neri abbandonarono il locale. Forse avrebbe potuto trovare tanti altri posti come quello, anche migliori di quello, magari non infestati da sfruttatori o papponi, ma decise ugualmente per quel semaforo. Gli piaceva quel luogo e sentiva che era da lì che avrebbe costruito la sua fortuna. E la sorte lo aiutò davvero. Per due mesi, infatti, le cose andarono come aveva pattuito con quel capo che non sembrava un capo. Poi un giorno non si fece vedere più nessuno. Venne a sapere che il boss dei lavavetri era stato arrestato e con lui diversi suoi uomini. Così si impossessò a pieno titolo di quella strada e del lavoro. Per un po’ di tempo fu il re incontrastato dell’incrocio. Poi, alcuni mesi più tardi, gli albanesi occuparono l’altro semaforo, ma Dinu si fece rispettare. Una sera gli capitò di parlare con uno di loro e, prima che questo dicesse qualcosa, lui lo prese per il collo e lo sbatté contro il muro.
«Amico, qui io sono da prima, non rompo coglioni, io, ma voglio che tu mi lascia lavorare, ok? Voi fate quello che vi pare, ci sono tre semafori libero, non mi interessa. Ma lasciate me in pace, capito?»
L’uomo annuì e se ne andò di passo, voltandosi un paio di volte, cercando lo sguardo di quel rumeno un po’ pazzo che aveva avuto il coraggio di appenderlo al muro. Dinu non si pentì mai di quel gesto, ma si preparò ad una possibile reazione degli albanesi. Da quel giorno, invece, non si fecero più sentire. Presero possesso degli altri incroci e si dedicarono ai loro traffici senza disturbarlo. Era un segno anche quello, ne era certo. Da lì sarebbe nata la sua rivalsa nei confronti di tutti, soprattutto della vita.
«Buonissimo, tuo panino a niente è migliore di tutta città».
Franco lasciò partire un’enorme risata e diede una pacca sulla spalla di Dinu.
«A domani».
«Sì, a domani».
«E fatti una doccia, mi raccomando» gli disse mentre la porta si chiudeva e Dinu metteva il pollice e l’indice a cerchio, come per dire ok, amico, va bene.