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Doppia intervista oggi per per la nostra rubrica periodica che ha l’intento di approfondire la conoscenza con gli autori di Carta e Calamaio rispetto alle loro idee sulla scrittura e tutto ciò che vi ruota attorno. Prendono la parola Carlo Campani e Paolo Cecchini.
Cosa ne pensate? Ogni commento o critica (civile) sarà gradito.

 Ogni mattina un italiano si sveglia e decide di fare lo scrittore… Battute a parte, ciascuno di noi dovrebbe essere in grado di capire se la scrittura è una dimensione che gli è congeniale o meno, e rendere pubblici i propri lavori solo se – dopo un sincero esame di coscienza – è convinto di potere offrire ai lettori qualcosa di stimolante, degno di attenzione, che valga la pena di essere letto. Quali sono, secondo voi, le premesse che “autorizzano” un aspirante autore a prendere in mano la penna (o la tastiera)?
P.C.: Temo che niente autorizzi uno scrittore come l’anticipo dell’editore. Fuor di battuta, chiediamoci pure: perché si scrive e si vuol essere letti? Detto che tutti vogliono essere amati ed ammirati, si sceglie la scrittura (al netto di ogni considerazione di praticità e supposta semplicità) per i motivi più diversi. A parte i casi patetici e quelli patologici (illusione di affermazione per i primi; grafomania per i secondi), mi verrebbero immediatamente in mente le motivazioni meno nobili, ma forse più cogenti (naturalmente parlo per me): il narcisismo, la presunzione, l’ambizione, la cattiveria, la frustrazione. Direi poi l’emulazione, una forza che non può venire sottovalutata. Per qualcuno particolarmente entusiasta potrà contare la dimensione ludica, coi suoi corollari di divertimento e passatempo; per altri, più tormentati, la necessità di autochiarificazione, assuma essa la forma di confessione o di apologia. Aggiungo infine, ed è l’ipotesi a mio avviso più benevola, la volontà di mettersi alla prova.
Premesso tutto questo, e quali che siano dunque le spinte psicologiche più o meno consapevoli che muovono l’aspirante scrittore, quasi sempre le cose si svolgono, almeno apparentemente, in modo piuttosto semplice: un’idea, un aneddoto, o anche una semplice immagine, frulla per il capo; se persiste, se ci sembra uno spunto per una storia (parlo di narrativa) che potrebbe interessare qualcun altro oltre se stessi, provare a darle carne attraverso le parole; considerare se la storia tollera sviluppo, se regge all’urto di una estensione più organizzata; infine, abbandonarsi ad essa, se si mostra così forte da reclamare vita. Divertirsi, come accennato, può essere una componente importante dello scrivere, ma non decisiva: per me raramente lo è.
C.C.: Visto che ognuno si autorizza da sé, per rispetto ai lettori, a cui chiediamo di spendere parte del loro prezioso tempo dietro alle nostre fantasticherie, bisogna praticare verso quello che si è scritto e verso se stessi una critica molto severa, e pretendere da se stessi anche più dell’ovvio “scrivere bene”. Premessa del saper scrivere è saper leggere. Uno scrittore deve aver letto non necessariamente moltissimo, ma almeno i libri che contano, i libri “di peso”; e deve averli letti con profonda passione, tanto da chiedersi, infine, con impietosa onestà: posso avere l’ardire di cimentarmi anch’io?
Se si rinunciasse a plagi ed a “prodotti editoriali”, ovvero al merchandising scrittorio, tutti ne trarrebbero un gran beneficio: lettori, librai, gli scrittori e anche gli editori (che ovviamente sono, in maggioranza, di ben diverso avviso).

Come definireste la vostra scrittura?
P.C.: Laboriosa, e per chi scrive e, pare, per chi legge.
C.C.: Barocca, ironica, passatista e , in fondo, anche laboriosa (ma solo per me).

Secondo voi è necessaria una preventiva formazione al mestiere di scrittore? Se sì in cosa dovrebbe consistere?
P.C.: Niente può sostituire l’esperienza diretta dei testi altrui, quindi, innanzitutto, la lettura. Poi anche la frequentazione di sussidi tecnici quali i dizionari, i lessici, le grammatiche: una certa consapevolezza formale dovrebbe essere indispensabile. Un esercizio fondamentale è quello delle traduzioni, palestra formidabile, per chi sa le lingue. Le scuole di scrittura possono essere relativamente utili, posto che nessuno si illuda di uscirne scrittore certificato; del resto scuole all’uso della parola efficace sono sempre esistite fin dall’antichità, quando si insegnavano retorica ed eloquenza.
C.C.: Formazione come Bildung individuale, assolutamente sì. Formazione come frequentazione di una scuola di scrittura non necessariamente. Le scuole possono formare copywriter o giornalisti, ovvero addetti all’industria culturale dotati di buona tecnica; ma uno scrittore si forma da solo.

Dicono che in Italia ci sono troppi scrittori e pochi lettori. Qual’è il vostro rapporto con la lettura?
P.C.
: Riassumibile con la frase di Jules Renard: «Quando penso a tutti i libri che mi restano da leggere, ho la certezza d’essere ancora felice».
C.C.: Vedi sopra… Inoltre cerco di leggere di tutto: dai quotidiani, ai siti web fino alle istruzioni per l’uso di asciugacapelli e smartphones, perché è affascinante vedere come venga trattata e maltrattata la lingua: ogni testo può essere fonte d’ispirazione e di disperazione, cose che non si escludono, tutt’altro. Ma preferisco dialogare con i morti … nel senso di leggere gli scrittori che furono, come faceva Machiavelli che, nell’esilio di Sant’Andrea in Percussina, la sera, vestiti gli abiti curiali, entrava nelle antiche corti e dialogava con gli antichi uomini… i quali per loro umanità gli rispondevano pure.

Spesso nei confronti di chi scrive – nel nostro Paese – nascono pregiudizi che alcuni autori liquidano con una alzata di spalle, mentre altri considerano penalizzanti. Voi ne avete riscontrati? Che ne pensate?
P.C.
: Capita di nutrire qualche pregiudizio verso operazioni editoriali troppo smaccate, o nei confronti di taluni personaggi, magari di qualche fama televisiva, che firmano il loro bravo romanzetto, talvolta con imprevedibili benedizioni della critica. Personalmente ho forti idiosincrasie verso quegli scrittori un po’ troppo monumentali, fortemente caratterizzati per appartenenza politica o per sovraesposizione mediatica.
C.C.: Se ti riferisci ai pregiudizi generalizzati contro gli “intellettuali”, all’inutilità dello scrivere e della cultura in genere, devo dire che sono estremamente penalizzanti, non tanto per gli scrittori ma per il Paese nel suo complesso. L’Italia si è permessa il “lusso” di avere un ministro che sostiene tranquillamente che “con la cultura non si mangia”. Certe cose non sono incidenti di percorso bensì portato di una mentalità diffusa, che porta al sottosviluppo morale e materiale.

Qual’è la domanda che i vostri lettori vi fanno più spesso?
P.C.: Ho lettori molto discreti, o molto timidi.
C.C.: Come fate a scrivere in due?

Che rapporto avete con i vostri colleghi scrittori?
P.C.: Nessun rapporto. Sono affatto ignoto. E molti di loro anche, almeno a me.
C.C.: Del rapporto con quelli morti ho detto sopra. Scarsi rapporti, invece, per quanto riguarda i vivi: ma è un peccato (colleghi scrittori, scriviamoci!)

Molti autori sostengono che la scrittura è una faccenda privata, non sono particolarmente inclini alla condivisione e allo scambio. Altri, più rari, caldeggiano l’importanza di un confronto. A quale corrente appartienete?
P.C.: Alla prima, senza dubbio. La scrittura è un vizio solitario, se si pubblica è quasi sempre per liberarsi di un testo. In genere diffido, per mio limite personale, dei gruppi, dei collettivi, delle correnti, dei manifesti. Scrivo in coppia solo per lavorare di meno. Che il mio compagno di doppio letterario mi sopporti, è miracoloso.
C.C.: Dato che, per ora (finché ci sopporteremo) scriviamo in coppia, la nostra scrittura è una faccenda privata fino ad un certo punto. Essa nasce dal dialogo e dal confronto e questo fatto,  almeno a me, ammorbidisce di molto quella solitudine che è sì necessaria allo scrivere, ma che ne è anche l’aspetto più duro.
Bisogna comunque distinguere: cosa condividere? Cosa scambiare? Dove finisce il privato?
Anche lo scrittore solitario per antonomasia, Franz Kafka, era ben partecipe della vita culturale del suo tempo e dialogava intensamente col suo amico Max Brod. Per cui ben venga un confronto tra scrittori su temi pertinenti alla scrittura ed alla cultura: poi è ovvio che ognuno si ritiri nella propria “officina” e a sudare sulle proprie carte.