Foto Angelo RicciNuova “puntata” della nostra rubrica periodica che ha l’intento di approfondire la conoscenza con gli autori di Carta e Calamaio rispetto alle loro idee sulla scrittura e tutto ciò che vi ruota attorno. Oggi dialoghiamo con Angelo Riccidi cui uscirà presto il romanzo Sette sono i re.
Condividete le sue risposte? Ci farebbe piacere un riscontro da parte dei lettori.

 Ogni mattina un italiano si sveglia e decide di fare lo scrittore… Battute a parte, ciascuno di noi dovrebbe essere in grado di capire se la scrittura è una dimensione che gli è congeniale o meno, e rendere pubblici i propri lavori solo se – dopo un sincero esame di coscienza – è convinto di potere offrire ai lettori qualcosa di stimolante, degno di attenzione, che valga la pena di essere letto. Quali sono, secondo te, le premesse che “autorizzano” un aspirante autore a prendere in mano la penna (o la tastiera)?
Scrivere è una battaglia con se stessi, con la propria anima, con la propria, perché no, ambizione. Perché si scrive? Roland Barthes sosteneva che si scrive per essere amati, condivisi, perché forse si ha paura dei limiti imposti dal nostro essere parte dell’umanità e si cerca di lasciare qualcosa di se stessi nel mare infinito della collettività. Scrivere è sempre un’impresa folle, spesso senza speranza, tuttavia impagabile. Scrivere vuol dire inviare un messaggio in bottiglia da un’isola deserta nella speranza, vana forse, che qualche bastimento di passaggio prima o poi la raccolga. E, nel frattempo, è necessario convincere soprattutto se stessi di essere qualcosa in più dei portatori di una mera volontà di scrivere o gli artefici di un’impresa vana e disperata e forse anche impossibile. Non si può capire a priori se si è composto qualcosa che possiede la dignità della lettura, anche perché la scrittura va ben oltre la contemporaneità di chi in quella contemporaneità scrive. Si può benissimo passare per matti, per grafomani, per velleitarie anime che dovrebbero destinarsi a cose più reali, fattibili, comprensibili forse. Ma la vera sfida sta proprio qui, in quel sapersi analizzare, anche spietatamente, in quel saper collezionare, con sovrumana indifferenza, quegli stessi rifiuti e silenzi che hanno collezionato, ben prima di noi, i “grandi” delle letteratura, in quel saper aspettare, in quel comprendere che forse non avremo mai un editore e, se per avventura l’avremo, che forse non avremo poi un pubblico di lettori e che, nonostante tutto, ciò che abbiamo scritto rappresenterà comunque una traccia a partire dalla quale altri, prima o poi, potranno trovarci e leggerci. La scrittura è un fatto che per sua stessa natura è accompagnato dalla solitudine. Quando scrivi sei solo con te stesso, anche se in compagnia dei tuoi fantasmi, quegli stessi fantasmi che, se ci riuscirai, diventeranno i personaggi delle tue storie. Per questo la prima analisi la si deve fare da soli, ed è la più difficile. È un’analisi che deve essere spietata e più spietata sarà, tanto più andrà a vantaggio della dignità della tua scrittura. Non ho consigli da dare se non quello di raccontare il mio personalissimo metodo. Rileggendo quello che ho scritto mi sento di poterlo considerare pubblicabile solo nel momento in cui mi dà l’impressione che a scriverlo sia stato un altro. Quando ottengo questa impressione di impersonalità, di estraneità, di terzietà, solo allora posso pensare che abbia una infinitesima capacità di destare l’attenzione di qualcuno.

Come definiresti la tua scrittura?
La scrittura muta, come mutiamo noi che, come esseri umani, siamo sottoposti, nostro malgrado e malgrado noi, al transitare del tempo, che dobbiamo fare i conti con il nostro passato che, a sua volta, muta in relazione ai presenti che viviamo e ai futuri che forse avremo e che sono sempre frutto di quel passato. La mia scrittura è esito forse di quello che ho vissuto, o non vissuto, di quello che ho scritto prima, di quello che ho letto o che ho creduto di leggere. Forse una volta era più rarefatta, ora è un po’ più barocca. Rarefazione barocca, o barocco rarefatto, così mi piacerebbe definire la mia scrittura. Ma mi schermisco io per primo. La parola, la definizione di scrittore mi lascia sempre perplesso. Mi sono definito tale solo dopo aver pubblicato anni fa il mio primo libro, Notte di nebbia in pianura. Ma giustifico il me stesso di allora con l’inevitabile entusiasmo che si prova nel vedersi per la prima volta pubblicati. Poi ho fatto mia la definizione del grande Giorgio Manganelli che diceva di rimanere imbarazzato quando lo definivano scrittore, perché quella era un definizione eccessiva, troppo piena di esotismi e aspettative e che sembrava, citando le sue parole, All’incirca come se, dopo il nome, scrivessero “zebra malinconica; o “alchimista” o “spogliarellista a Miami” o “produttore di rossetti per pellicani”. (…)  Ma come si fa a dire “sì”? È come dire: mi par di capire che a lei, per scopi che non sta a me indagare, serve un Ingegno, un Bel Talento, magari un Genio. Lei vuole un esperto di aggettivi, un giocolieri degli ossimori, un flautista della prosa.
Ecco, più che scrittore mi piacerebbe essere definito scrivente. Mi sentirei più in pace con me stesso.

Secondo te è necessaria una preventiva formazione al mestiere di scrittore? Se sì in cosa dovrebbe consistere?
Ti rispondo facendo ancora una volta appello alla mia esperienza personale. Quando scrissi anni fa i miei primi racconti, che poi sono confluiti nella raccolta Padania Blues, anche se alla rilettura avevano secondo me quel carattere di terzietà di cui dicevo prima, avevo sentito comunque l’esigenza di sottoporli a qualcuno che avesse quell’esperienza che io allora non avevo, non potevo avere. Erano i primi anni del premio letterario Tracce di Territorio, di cui sono stato uno dei fondatori. Il presidente della giuria era allora Mino Milani. Con grande apprensione e pudore gli chiesi se voleva leggere quelle mie cose. Lui accettò con molto entusiasmo e disponibilità. Poi un giorno mi telefonò e mi disse sì, sei bravo, sai scrivere. Solo in quel momento compresi che quello che avevo composto era, come dici nella tua prima domanda, degno di attenzione. Voglio con questo dire che chi scrive deve sottoporre le sue cose a chi ha già, in qualche modo, avuto a che fare con quelle avventurose dinamiche editoriali che sono l’attesa, la rilettura, la correzione, il confronto con l’editore e con l’editing. È un passaggio direi necessario. Che poi questo ineludibile passaggio sia rappresentato dallo scrittore già conosciuto che è disposto a darti un giudizio o si chiami scuola di scrittura, agenzia letteraria, corso di editing o di scrittura, rimane comunque un momento di confronto direi necessario per chi ritiene di poter avere delle potenzialità letterarie. Poi, per carità, esiste anche il caso dello sconosciuto che diventa scrittore di successo senza questi passaggi intermedi, tuttavia questi passaggi vanno a costituire un fondamentale confronto al quale non ci si dovrebbe sottrarre.

Dicono che in Italia ci sono troppi scrittori e pochi lettori. Qual’è il tuo rapporto con la lettura?
La lettura è per me un momento fondamentale. E dovrebbe essere un inestimabile mezzo di miglioramento per tutti coloro i quali sentono l’esigenza di scrivere. Mezzo di cui, purtroppo, troppo pochi, tra gli aspiranti scrittori specialmente italiani, si avvalgono. Basterebbe leggere tra le righe, faccio due esempi tra i tanti, l’opera di Henry Miller o di Borges per apprendere quale sia stata la loro educazione letteraria formatasi attraverso la lettura quasi millimetrica dei testi fondamentali della letteratura mondiale. Tuttavia non leggo più per diletto. Da quando ho cominciato a pubblicare, nella lettura di ogni libro cerco di scoprire i segreti, i trucchi del mestiere che mette in atto l’autore. Per me la lettura è diventata un momento di apprendimento, di analisi, di ricerca anche di modalità, di esempi di superamento dei limiti della letteratura stessa. Credo sia una sensazione che provano tutti quelli che in qualche modo abbiano già scritto e/o pubblicato e inseguono nella lettura spunti per migliorare la propria scrittura, il proprio stile. Ed è, credo, una esperienza che definisco, con un certo rimpianto, irreversibile. D’altra parte Flaubert intimava Non leggete, come fanno i bambini, per divertirvi, o, come gli ambiziosi, per istruirvi. Leggete per vivere. Ho smesso di leggere per divertirmi, sto leggendo, ahimè, per istruirmi, in fervida  e fiduciosa attesa di leggere per vivere. Ma agli aspiranti scrittori consiglio di leggere per istruirsi, per migliorare la propria tecnica, al di là della frase di Flaubert. Quando sarete famosi come scrittori avrete tutto il tempo di leggere per vivere.

Spesso nei confronti di chi scrive – nel nostro Paese – nascono pregiudizi che alcuni autori liquidano con una alzata di spalle, mentre altri considerano penalizzanti. Tu ne hai riscontrati? Che ne pensi?
Non ho mai incontrato pregiudizi di questo tipo o sono io che non me ne curo anche perché, come già dicevo, vivo quello che scrivo e la mia esperienza di scrittore (anzi, di scrivente) con un certo distacco, cercando, io per primo, di non prendermi troppo sul serio.

Qual’è la domanda che i tuoi lettori ti fanno più spesso?
Ma dove caspita le va a prendere le idee per i suoi libri?

Che rapporto hai con i tuoi colleghi scrittori?
Mi pare sia stato Andrea G. Pinketts a dire che gli scrittori si leggono reciprocamente per tenersi d’occhio. Al di là della battuta penso sia fondamentale la lettura specialmente della narrativa che vive della e nella nostra contemporaneità. Non è detto, anzi forse non è nemmeno auspicabile, che si debba scrivere pensando al presente. Anzi, chi scrive dovrebbe riuscire a emendarsi dalla urgenza del presente, perché la scrittura deve, in qualche modo, riuscire a trapassarlo, a trasfigurarlo. Tuttavia la lettura di chi scrive nel nostro stesso tempo non può essere tralasciata, anche in una prospettiva di miglioramento della propria tecnica e, perché no, di vicendevole apprendimento.

Molti autori sostengono che la scrittura è una faccenda privata, non sono particolarmente inclini alla condivisione e allo scambio. Altri, più rari, caldeggiano l’importanza di un confronto. A quale corrente appartieni?
In parte credo di averti già risposto quando ho affermato che, secondo me, la scrittura è una esperienza fondamentalmente solitaria. Non mi sento comunque di appartenere totalmente a una corrente piuttosto che a un’altra. Ci sono autori che ritengono fondamentale la condivisione, lo scambio. Altri meno. Sono due posizioni che rispecchiano le tendenze personali e penso che entrambe abbiano pari dignità. Più che altro posso affermare di appartenere senza indugio alla categoria di coloro i quali, una volta scritto un libro, di quel libro non se ne curano più. Penso che una volta che un libro lo si è pensato e poi scritto, quel libro debba trovare da solo la sua strada, una strada che spesso non è la stessa di chi lo ha scritto. E forse è proprio questa biforcazione di strade il significato affascinante e misterico di quella cosa che chiamiamo letteratura.