05.ValentiCon questa intervista a Marco Valenti prende il via una rubrica periodica che ha l’intento di approfondire la conoscenza con gli autori di Carta e Calamaio rispetto alle loro idee sulla scrittura e tutto ciò che vi ruota attorno. Ma ci piacerebbe che questo appuntamento innescasse anche un dibattito costruttivo sulle tematiche affrontate perchè riteniamo che una delle ricchezze del lavoro culturale sia la possibilità di condividere e trasformare punti di vista anche molto distanti in uletriori spunti di riflessione e di lavoro. Quindi ogni commento o critica (civile) sarà gradito.

 Ogni mattina un italiano si sveglia e decide di fare lo scrittore… Battute a parte, ciascuno di noi dovrebbe essere in grado di capire se la scrittura è una dimensione che gli è congeniale o meno, e rendere pubblici i propri lavori solo se – dopo un sincero esame di coscienza – è convinto di potere offrire ai lettori qualcosa di stimolante, degno di attenzione, che valga la pena di essere letto. Quali sono, secondo te, le premesse che “autorizzano” un aspirante autore a prendere in mano la penna (o la tastiera)?
Una buona dose di inventiva, capacità di ordire una trama e padronanza del linguaggio sono i tre presupposti per scrivere. La voglia di raccontare le tue storie ad altri è la molla per pubblicare. Voler essere ascoltati da altri che non siano le persone che ti sono prossime per amicizia o parentela.

Come definiresti la tua scrittura?
“Non sei fregato veramente finché hai da parte una buona storia, e qualcuno a cui raccontarla”, In questa frase tratta da Novecento di Baricco c’è tutto quel che mi sento di premettere quando parlo del mio scrivere e del mio ostinarmi a proporre le storie che scrivo. Un mio caro amico, volendo definire scherzosamente il mio modo di scrivere, mi ha definito uno “storyteller” e a me sta bene.
Sono un cantastorie. Sono uno che ha un sacco di storie da raccontare ed ha la pretesa di ritenersi in grado di saperle raccontare, che presume di avere la tecnica, i mezzi, la voglia, la padronanza della lingua italiana, per raccontarle. Scrivere, se hai storie da raccontare, è ineludibile. Quando non dò seguito alle mie storie è solamente perché sono sopraffatto dal vivere e dal quotidiano.
Sono uno che ci mette l’anima per intero.

Secondo te è necessaria una preventiva formazione al mestiere di scrittore? Se sì in cosa dovrebbe consistere?
I tre presupposti che ho citato per poter scrivere non sono scontati come potrebbero sembrare e non sempre si ritrovano con chiarezza nei libri disponibili sul mercato.
Ho massimo rispetto per chi si provi ad insegnare come scrivere una storia ma non credo che possa esistere una scuola di scrittura dove persone maggiorenni e scolarizzate possano apprendere più di quanto già non sia nel buon uso dell’italiano e nelle buone letture.
Nella mia formazione di ragazzo c’è stata moltissima lettura. Sono nato nel 1960 e quando ho imparato a leggere la televisione era in bianco e nero, non esisteva il web e dopo “Carosello” si andava a letto. Per anni sul comodino ho avuto Stevenson, Verne, Dumas, Salgari: è incredibile quanti libri ha scritto con Sandokan e i pirati (e li ho letti tutti). Mi piacque molto Pinocchio ( il mio era un librone illustrato da Iacovitti e lo ho ancora) mentre il libro Cuore fu il primo libro della mia vita ad essere abbandonato.
Ero un bravo bambino, per carità, ma il libro Cuore per me fu decisamente troppo. Oggi direi che allappava.
Troppo elogio della bontà, dello stare “ordinati e coperti”, dell’eroismo dei piccoli buoni a tutti i costi, pieno di una fastidiosa e rassicurante mediocrità.
Comunque casa mia era piena di libri e fu semplice appassionarmi a qualche Urania di mio padre o a qualche buon giallo Mondadori e presto trovarmi tra le mani la bella letteratura italiana e straniera per trovarmi all’epoca dell’università (architettura) con un bel bagaglio di Pavese, Sciascia, Pratolini o Hemingway e tantissimi altri già letti e amati.
Tutto questo non è secondario per diventare uno che scrive ma ne è base fondamentale.
Comunque è lì, è allora, che iniziai a scrivere e a pensare e architettare storie.

Dicono che in Italia ci sono troppi scrittori e pochi lettori. Qual’è il tuo rapporto con la lettura?
Non ho mai smesso di leggere e di leggere tanto anche se oggi sono diventato un lettore spesso lento, di una lentezza della quale faccio un vanto.
Mi spiego. Provo ad articolare meglio con alcune considerazioni.
Se sto leggendo un giallo di Lansdale, o di Ellroy o dalla Vargas o dei tantissimi autori del genere che amo, sono preso dalla trama, mi diverto e cammino velocemente per sapere come va a finire; se non sto leggendo letteratura di genere ho voglia di riflettere su molte delle frasi o delle pagine che sto leggendo. Ho bisogno di elaborare, di tornare indietro, di sottolineare con la matita; in qualche caso mi servono pause per lasciare decantare quel che ho letto prima di proseguire la lettura.
Sono contento, per esempio, di essermi preso due intermezzi tra i tre libri di “Trilogia della città di K” ed è con fierezza che affermo di aver impiegato alcuni mesi a finire il “Viaggio al termine della notte” di Céline. Erano tempi giusti che quei libri si meritavano. Non ci sono riuscito con “La signora Dalloway” di Virginia Wolf perché ha una scrittura talmente unica che rendeva impossibile uscire da una fascinazione ipnotica dall’inizio alla fine. Quando però mi capitò di vedere il film “The hours” e successivamente mi andai a leggere il libro “Le ore” di Michael Cunningham non ho potuto evitare di leggere di nuovo, più lentamente, il libro della Wolf. Ovviamente il trittico film-libro-libro è qualcosa che non posso che consigliare a chiunque.
Quel che intendo dire è che ci sono libri che non si possono tracannare ma vanno sorseggiati per assaporarne più aspetti possibile e al meglio. Se qualcuno riesce a cogliere tutto il bello di un paesaggio correndo ad altissima velocità con una macchina da corsa chiarisco che ha tutta la mia stima e considerazione. Semplicemente io non ho questa capacità.
Confesso che per un bel po’ la frase “ho letto il tuo libro tutto d’un fiato”, quando mi è stata rivolta, mi ha lasciato in testa una serie di domande su quanto dei miei intenti fosse arrivato a destinazione. Poi, come ho detto sempre, un libro è di chi lo legge. È anche vero che se sono bravo quel che voglio che arrivi deve avere gambe forti e saper arrivare.
Mi fanno sorridere, comunque, e non mi persuadono quegli articoli che consigliano i lettori su come fare a tenere una media altissima di libri letti per anno e non sono interessato a gareggiare al gioco “chi legge di più ha vinto”. Mi fanno sorridere anche quelli che copiano i commenti dei libri e li postano nel web facendo finta che siano loro elaborazioni originali.
Quello che invece mi dispiace sinceramente è il fatto di avere delle fasi in cui l’esercizio della scrittura mi impedisce di leggere. Un limite. Una scelta forzata.
Rimane vero che ho passato i cinquanta e ci sono molti libri che mi spiace di non aver ancora letto. Però ci sono luoghi che non ho visitato e persone che non ho conosciuto. Conto di rimediare per quanto posso.

Spesso nei confronti di chi scrive – nel nostro Paese – nascono pregiudizi che alcuni autori liquidano con una alzata di spalle, mentre altri considerano penalizzanti. Tu ne hai riscontrati? Che ne pensi?
Il contraltare al lettore entusiasta che mi ha letto con gioiosa frenesia sono le persone che conosco che non mi hanno mai letto e che non hanno intenzione di farlo. Scelta rispettabile, sia chiaro, rispettata e legittima. Ci mancherebbe. Quanto più ho stima di una persona tanto più mi ferisce la sua indifferenza; quanto più consideri il suo intelletto vispo e le sue letture intelligenti, tanto più il fatto che non consideri in alcun modo la possibilità di leggere quel che ho scritto mi addolora. Un pre giudizio del quale i motivi, a volte, mi sfuggono. Quando non riesco a farmi una ragione della mancanza di avere anche soltanto la possibilità di essere considerato per quel che scrivo (magari per essere poi giudicato negativamente) quel dolore di fondo assomiglia, con il passare del tempo, a quei rumori bassi la cui durata infinita li rende intollerabili. Di legittimi pregiudizi ce ne sono parecchi.
Uno è un pregiudizio legato al fatto che non sono uno scrittore ma solo uno che scrive, ovvero ho una professione, una qualifica e un lavoro che non hanno a che fare con lo scrivere racconti e romanzi. Faccio parte del club di quelli che guidano senza patente. Una persona che mi era molto cara dopo aver letto e apprezzato il mio “Cometa e bugie” mi disse: “Però! Non credevo… Non ti ci facevo.”.  Ne ridemmo. Ridemmo sul significato, chiaro, che era uscito dalle sue esclamazioni: non immaginavo che tu fossi in grado di produrre una storia buona.
Un secondo pregiudizio è legato al fatto che, finora, ho pubblicato con una casa editrice poco significativa che distribuisce i suoi libri solo con il print on demand oppure ho auto pubblicato. Sono scelte. Se è vero che nel mondo degli auto pubblicati c’è molto vanity press e parecchia immondizia è vero anche che ci possono essere cose buone e cose ottime. Il self-publishing non esclude la qualità come l’essere pubblicati da una grossa casa editrice non la garantisce. La considerazione dovrebbe essere chiara ma non lo è. Una volta un autore e giornalista che si muove a proprio agio nel bosco culturale del mondo librario mi disse che apprezzava i miei scritti ma purtroppo non poteva parlarne perché – ricordo bene le parole – “non erano sugli scaffali delle librerie”. Ho incassato. Accetto tutto ma ho le mie idee anche su quell’episodio. Vado avanti.
Un terzo pregiudizio è su chi non è ancora conosciuto e non ha avuto l’attenzione della Critica e della Stampa. Per me può essere snob e provinciale ma esiste ed è molto ben radicato. Funziona con qualsiasi cosa non sia un brand riconosciuto: se non se ne parla non esiste. Se non ne parla una certa Stampa, se non è riconosciuto, se non UnSaccoDiCose. Va bene per chi non mi conosce e non è raggiunto dalla notizia che esistono dei libri scritti da me, ovviamente, ma non per chi conosco e stimo, per le persone con le quali ho condiviso cene, caffè, chiacchiere su mostre, film, libri.
Un quarto pregiudizio è sulla letteratura italiana contemporanea. Per molti è morta senza alcuna possibilità. Costoro possono dibattere sul quando sia morta, se con Sciascia o con il primo Erri De Luca, ma convengono sul fatto che sia impossibile trovare un italiano che scriva in italiano delle cose che possano essere interessanti. Qualcuno fa qualche concessione, rara, soltanto per qualcuno che appare molto nei posti giusti e dice le cose giuste. Va da sé che io, che non appaio, non appartengo, sto in disparte, sono italiano e provo a scrivere in italiano, non ho alcuna speranza.
Quando ho cominciato a scrivere le prime cose ero un ragazzo e potevo sognare, con buona autoironia, di presentare un mio best-seller al “Maurizio Costanzo Show”; adesso sono un uomo che scrive da oltre venti anni e non voglio fare il personaggio dello scrittore ma soltanto scrivere. La distinzione è importante e riguarda non solo l’atteggiamento esteriore, il pavoneggiarsi o il sentirsi chissacché ma anche e soprattutto il fatto di concentrare le proprie energie (letterarie) sull’esercizio della composizione e non avere nulla a che fare con le numerose attività collaterali alla scrittura stessa. Non sono e non voglio essere editor, promoter, pubblicitario, agente, editore, addetto stampa, opinionista, maestrino, tronista,  imbonitore e un sacco di altre cose. Voglio scrivere storie che vengano lette.

Qual’è la domanda che i tuoi lettori ti fanno più spesso?
Quanto c’è di autobiografico nelle storie che scrivo. È una domanda che trovo un po’ imbarazzante. Mi spiego partendo da una serie di considerazioni. Quello che ho scritto finora è stato ambientato in un tempo prossimo e nel nostro Paese; non scrivo letteratura di genere; spesso le storie si sono mosse con personaggi e con relazioni facilmente assimilabili a qualcosa che abbiamo vissuto o che siamo; osservo la vita partendo da quello che vedo e che mi è più vicino per poi allargare l’orizzonte. A volte ho fatto indossare ai miei personaggi un orologio che possiedo nella realtà o una cravatta che mi è familiare o una gonna che mi ricordo addosso a qualcuno che ho conosciuto. Tuttavia non sono mai io così come non è mai nessuno dei miei lettori. I fatti finora narrati sono frutto di invenzione letteraria e anche se possono ricalcare qualche stereotipo noto a me o a chi legge non hanno nulla di biografico. Se parlo di un figlio non parlo di mio figlio; se parlo di un addio non sto raccontando una separazione che ho subito o che ho inferto. Ho il mio vissuto, come chiunque, e ho la mia sensibilità verso ciò che succede a me e a chi mi è prossimo e questo può parzialmente influenzare ciò che scrive ma non c’è stato, finora, altro.
Non a caso dico “fino ad ora”: il mio prossimo romanzo ha una fortissima connotazione personale e autobiografica. Quando uscirà saprò argomentare come mai eventi eccezionali mi abbiano portato a estrapolare da mie vicende personali una storia che ha pretese di essere di interesse comune a tanti e di forte impatto.
Avendo sempre affermato che nel momento in cui un lettore legge un mio romanzo non è più mio ma suo, affidato alla sua sensibilità e alle sue emozioni sono avido di qualsiasi ritorno riesca ad avere. Lo sono a tal punto che ho indicato in postfazione un mio indirizzo di mail e ho mantenuto riconoscibilità e rintracciabilità nel web e nei social forum.
Trovo tuttavia un lieve segno di morbosità cercare tracce autobiografiche in un libro: forse dovrei scrivere un noir a tinte fosche, magari un po’ pulp, o un racconto di fantascienza. Non so.

Che rapporto hai con i tuoi colleghi scrittori?
Non ho gelosie o invidie per nessuno e considero valore qualsiasi libro e qualsiasi autore perché da ognuno c’è da imparare qualcosa e quasi in ogni libro c’è qualcosa de prendere: una emozione, una idea, anche soltanto una frase. “Il bosco e la volpe non dovrebbero vivere separati”, cito a memoria, credo sia una frase di un libro di Le Carrè: mi è rimasta appiccicata addosso e la trovo splendida anche decontestualizzata.
C’è chi scrive e decide di non leggere autori italiani che stanno scrivendo in questi stessi anni. Io vado in cerca di autori italiani nuovi (o quasi nuovi o non ancora conosciuti) e li vado cercando spulciando nei cataloghi di case editrici di dimensioni non grandissime. Cerco dei miei simili. Ovviamente tra questi autori ne trovo diversi scadenti, ma capita di imbattermi in persone che reputo validissime e degne di ogni fortuna. Un esempio. Quando sono andato a “Più libri più liberi”, la fiera della piccola e media editoria di Roma a dicembre scorso, ho cercato case editrici serie, vesti editoriali interessanti, autori italiani preferibilmente non ancora famosissimi.
La casa editrice Nutrimenti, di Roma, era tra i miei bersagli e ho scelto “La caduta” di Giovanni Cocco (Como, 1976). Prima di leggerlo sapevo solo che era stato finalista al Campiello. Lo ho letto ed è un bel libro. Bella scrittura, bella scelta di parole, di termini, di sintassi. Forte scelta di scenari di disfacimento della società, tra mafie, terrorismo, dissoluzione, dissolvimento di valori. Quadri tratteggiati benissimo per tinte, colori, drammaticità. Dolenza senza compiacimento e senza alcuna presa di posizione ideologica dell’autore.

Molti autori sostengono che la scrittura è una faccenda privata, non sono particolarmente inclini alla condivisione e allo scambio. Altri, più rari, caldeggiano l’importanza di un confronto. A quale corrente appartieni?
Sono convinto che tra autori che si conoscono e si apprezzano, personalmente o per essersi letti reciprocamente, sarebbe straordinariamente importante avere un confronto, uno scambio di idee, una qualche forma di dialogo. Perché le idee possano avere gambe devono circolare e sullo scrivere in Italia c’è bisogno di idee e di confrontarle, di fidarsi gli uni degli altri, di avere voglia di incontro e di scambio.
Non parlo di collaborazioni alla Fruttero e Lucentini o alla Wu Ming e neanche di esperimenti di scrittura collettiva più o meno creativa; penso semplicemente a migliorare la reciproca conoscenza e scambiarsi opinioni tra persone che svolgono la medesima attività e si stimano.
Senza orizzonti comuni, senza obblighi o strategie, ma con la consapevolezza che ci potrebbe essere un arricchimento culturale e un affinamento del modo di fare e ragionare. Con qualcuno che conosco sto iniziando a fare dei ragionamenti.
È improbabile che mi capiti ancora di scrivere un libro a quattro mani. È successo con Paolo Scatarzi per “Un senso alle cose”, complice il fatto che ideammo un romanzo prettamente epistolare tra due personaggi costruiti anche prendendo le misure su noi stessi. Bella, faticosa e intensa esperienza durata più di due anni con un libro che non ha ancora avuto la fortuna che merita. Il processo di scrittura, fatte salve circostanze eccezionali come quella che ho citato, lo reputo un processo creativo solitario; concordo con il mio amico e scrittore Andrea Gaiardoni quando dice, poeticamente. “la scrittura per me è un momento di solitudine in purezza”; confrontarsi però, parlare e ragionare insieme delle proprie scritture e delle proprie idee, può portare frutti, sinergie, possibili sviluppi.
Ne sono talmente convinto che ci sto lavorando con un progetto che sta prendendo corpo e del quale – per scaramanzia – non voglio parlare.
Non sono affetto da alcuna forma reale di superstizione ma ogni volta che lo dico mi vengono in mente le parole del grande Eduardo quando diceva “essere superstiziosi è da ignoranti, ma non esserlo porta male”.