545609_3160142924209_1113234446_nE’ Silvano Verni il vincitore della prima edizione del concorso letterario “Racconta Tredozio e il torrente Tramazzo”, con il racconto “All’acqua, ai sassi, alla terra”  di cui pubblichiamo il testo.
La giuria ha proclamato il testo vincitore all’unanimità. Tutti i racconti pervenuti erano belli e interessanti e questo fa ben sperare per un allargamento del concorso nel 2014.

All’acqua, ai sassi e alla terra

“Valgimigli, 1889 -1970”….”Frassineti, 1901 – 1993”….”Poggiolini, 1897 -1968”….così come ogni volta, i nomi e le date, una liturgia che si riproponeva ogni giorno, sul fare del mattino di brume ancora pungenti, di colori smorti e contorni sfuocati, che il basso sole era ancora di là da venire. I volti sul marmo erano di bianco e nero, tutti, come se, chi veniva ricordato in eterno, bisogno non avesse di altre cromature. Solo bianco e nero, vita e morte. Ma se la memoria era eterna, forse eterni lo siamo un po’ tutti, coloro che dimorano qui, noi che ricordiamo e che saremo ricordati, forse nella memoria c’è la nostra essenza. Che vaga errante per la vita, entrando e uscendo da altri luoghi e ci lascia attoniti a guardare il corpo vuoto.

Ma tu, Roberta, di queste cose non sapevi niente, o forse le avvertivi solo dentro di te, senza una ragione, senza una spiegazione, tu sola, dentro al cimitero a guardare le lapidi e a leggere i nomi e le date ogni volta, come una cosa mai vista prima. Ma non c’era tristezza nel tuo guardare, non lacrime o rimpianti, c’era un ascoltare le voci che narravano i tuoi ricordi e li rendevano vividi e presenti, come una cosa già accaduta, ma che ancora accade e tu li rivivi con gli stessi colori, gli stessi odori, le stesse sensazioni di bambina, quella bambina che ancora è dentro di te ed e, anche adesso, ciò che più ti rimane. Il grande tavolo di grosso legno scuro era ancora troppo alto, ma agli occhi ci arrivava e tu vedevi il suo lugore solcato da segni di coltello, perché a volte non si stava troppo attenti a cosa ci si tagliava sopra, e non c’era tempo per troppi manierismi. C’era la mensola delle padelle attaccate per il manico e messe in fila dalla più grande alla più piccola, e sotto c’erano le pignatte con quelle più piccole dentro alle grandi, e se c’era una attenzione per le misure delle cose, vi era anche per quelle delle persone. E tu era la più piccola. Ed eri l’unica in casa, quando tua madre si affacciava sull’aia gridando con voce stridula ed anche un po’ rauca: “Ardusìv, ch’lè ora d’magnè!” La tovaglia era già stesa, e tu mettevi le posate con gesti importanti, perché il momento del desinare era il ritrovo di tutte le generazioni troppo spesso sparse, nell’allora vastità dei campi, delle vigne e dei castagneti. Le mani forti dalle vene in rilievo, afferravano forchette e coltelli, lasciando cadere sulla tovaglia larghe fette di pane e briciole, e sentivi tintinnare e deglutire, di nervosi pomi d’adamo, bicchieri di vino rosso. Sentivi le loro parole, una nenia irregolare di cui non capivi il significato, ma ne comprendevi la musicalità, la cadenza, e ancora sentivi le risa. Come le senti adesso che pare tutto svanito, ma non per te, che avverti le stesse parole ora, perché lì sono tutti la stessa gente. La gente non capiva perché mai tu stessi tanto ad ascoltare i morti e parlassi così poco con i vivi, non capiva, ma ciò che sfugge ha sempre bisogno di essere catalogato, allora, quando ti vedevano passare, si davano di gomito dicendo: “Vè, u iè la zupatta!” Piccola lo eri, esile ma non troppo bassa, e davvero ti trascinavi un po’ il piede destro, che sempre più spesso pareva volersene andare per i fatti suoi. Per tanto tempo eri andata a Faenza, Forlì, Bologna, ad ascoltare luminari che eloquivano, sentenziavano, di patologie e cure, operazioni o terapie, di turbe metaboliche, di ernie o problemi neurologici, o di niente. E tutte le volte andavi via con la sensazione di aver capito niente, di aver risolto niente, ma della parcella pagata rimaneva la certezza. Alla fine ti sei stancata di quell’inutile andirivieni e il rimedio ai tuoi mali era quello di camminare per il paese. Dal viale alberato, di cui conoscevi a memoria ogni radice che affiorava dal terreno ed ogni traccia di ruggine sulla ringhiera ferrosa, fino all’incrocio, fermandoti ogni tanto sulle panchine, quando il piede era particolarmente dolente. Giravi poi attraversando il ponte sul fiume, ma quando stavi bene andavi dritto fino alla piscina (e mi Signùr, la piscina?! Ma siam gente di mondo anche noialtri!) e ritornavi dallo stradellino che costeggia il fiume dall’altra sponda, dove c’ il lavatoio, se c’è ancora e se ancora ci lava qualcuno. Dicevo dunque che passato il ponte, gettavi lo sguardo a San Michele, ma solo di striscio, perché ormai da troppo tempo non eri più avvezza a frequentare le messe, ma non in spregio al Cristo ed ai Santi, magari ai preti un po’sì. Ciò che ti faceva disertare le funzioni erano gli sguardi della gente, che sentivi lungo i fianchi come graffi, ed i sommessi commenti di lingua puntuta, bislacca e malversa ti toglievano l’aria dalla bocca e mentre passavi in mezzo a loro ti pareva di camminare in una appiccicosa scia,  lunga, bavosa e viscida, come quelle che lasciano le lumache. Ma alla domenica mattina presto, ti piaceva guardare quelle pie donne che si recavano al mattutino, con passo svelto di coscia stretta e pudica e di robusti polpacci, con la mano a tenere stretto sotto il mento il bianco fazzoletto da testa, perché senza pensieri impuri ed in penitenza cisi doveva presentare davanti al Signore. C’erano però altre cose, altri odori e colori che rivoltavano i tuoi umori, dopo San Michele c’era il forno, e di mattina ti lasciavi inondare da quell’odore di pane appena sfornato. E ti immaginavi quelle grandi e tonde pagnotte da romperle con le mani, la crosta spolverata di farina, croccante e saporita e dentro la soffice e calda mollica, duro e morbido, un Tao di contadina filosofia. Ti immaginavi di mangiarne una cesta, di quelle pagnotte, tu, che il tuo stomachino faticava a digerire un pugno di riso e due verdurine, ma del sogno non eri mai sazia. Continuavi a scendere per la strada, quella della torre con l’orologio, dove c’erano quei negozietti piccoli, con gli scaffali pieni di roba di ogni genere, frutta, verdura, spezie, detersivi e dietro al bancone prosciutti, salami, un maelstrom urlante di odori accatastati che spesso ti faceva venire le vertigini, un capogiro di sensazioni. Ti piacevano tanto anche le cartolerie, dove vendevano giochi per i bambini, quelle confezioni di cartoncino e plastica, piene di giallo, rosso, verde e blù, e lì ti perdevi nella memoria di una vasta aia assolata, di un ombroso porticato, di una bambola fatta di paglia e ricoperta di stracci. Ma stracci ricamati ad arte, che avevano preso la forma dei vestiti delle principesse, lo stesso ago e filo che avevano ricamato gli occhi e la bocca di un sorriso senza fine, e capelli di stoppa raccolti in due graziose trecce. Quella bambola era la tua compagna nei mondi immaginari e solitari che ti creavi in ogni angolo della casa o al di fuori di essa, sotto un albero e soprattutto sulle rene del fiume. Raramente avevi compagnia, perchè i tuoi fratelli, più grandi di te, avevano le gambe già abbastanza robuste da aiutare nei campi o a tener dietro alla bestie, mentre tu eri ancora troppo eterea ed evanescente agli occhi degli adulti, per poter essere calcolata economicamente. “Lì l’è ancora tropa cèina pran’dè drì al bestc!” sentenziava tua madre, mentre facevi disegni nella cenere con un legnetto. Con questi ricordi arrivavi così all’orologio, quasi a chiudere il cerchio, mancavano però ancora i rintocchi della campana, le ore e poi i quarti, che tu contavi sempre ogni volta con metodica attenzione, ben sapendo cosa si sarebbe suonato, ma forse avresti voluto meravigliarti che una volta l’orologio avrebbe potuto suonare qualcosa di diverso o di sbagliato. Così giravi verso il ponte più in basso, dove il paese si appoggia sul fianco della collina, quasi sempre nel tardo pomeriggio, e lì si rinnovava un altro rituale, quello del fiume. Scendevi all’acqua dove sapevi tu, che ancora scalette e slarghi non erano stati fatti, in quel gruppo di sassi che eri solita andare e anche loro, fermi e pazienti, ti aspettavano e contenti della tua presenza esclamavano “Tsì arivèda!”, ti sedevi su quello più grande e liscio che ancora emanava il tepore trattenuto durante il giorno, ti toglievi scarpe e calzini e mettevi i piedi nell’acqua. Sentivi la leggera corrente accarezzarti le dita e la pianta, pensando che ti avrebbe pian piano lavato via il dolore, l’avrebbe portato con se in un altro fiume più grande, e di lì, al mare. Perché il mare è abbastanza grande da raccogliere il tuo dolore, come quello di infiniti altri, perché nelle sue profondità il dolore si disperde e affiora alla superficie la speranza, che riverbera sulle onde. Ogni tanto ti arrivavano le voci di persone, appoggiate al parapetto di sopra, ascoltavi quella parlata così particolare, che quando la sentivi dicevi subito che era uno di qui. La E e la O strette, eran si tipiche della Romagna tutta, ma era nella lettera A che stava il segreto per sapere chi pestava le tue terre, e la parola Avlàn (nocciola), quasi un lezioso francesismo, era la chiave. Partiva dall’esofago la prima A, poi la V e la L salivano in bocca, rimbussolandosi sotto la lingua, la seconda A si formava nella fronte, quasi una sorta di terzo occhio, per terminare con la N sfiatata dal naso. Sentivi parlare, parlare di tante cose, spesso inutili facezie, forse anche di te, che da la sopra ti vedevano. Si chiedevano magari perché non ti fossi mai maritata, forse non volevi, o forse nascondevi qualche segreto che in paese non si conosceva, ma era difficile che al paese tutto sfuggisse qualcosa. E tu, a prender marito, una volta avevi pensato davvero. Scorreva l’acqua, distorcendo le forme al di sotto di essa e vedevi i tuoi piedi e i sassi del fiume muoversi e confondersi, così che dal luogo dei ricordi ti giunse la figura del nonno, che tenendoti sulle ginocchia ti cantava una filastrocca : “C’era uno grillo, nel campo di lino, la formicuzza ne chiese un pochettino, laricimubalalillallero, lariciumbalalillallà….” Lavoravi come apprendista nel negozio di una sarta, la paga era poca, ma era una fortuna lo stesso. Quel giorno entrò un ragazzo che chiese di preparare una camicia per un evento importante, tu stavi tagliando della stoffa, ma di sottecchi lo osservavi. Capelli un po’ mossi e tirati indietro e tenuti da una lozione, occhi grandi, scuri e umidi, così come umide parevano le labbra, un sottile paio di baffetti rimarcavano una virilità ancora acerba. Le mani erano bianche e liscie, le unghie curate, non dava l’idea di quelli avvezzi a curvare la schiena alla terra, d’acchito pareva di famiglia benestante. Francesco si chiamava, come ti disse poi la commessa e prima di uscire lui si voltò verso di te e sorrise, tu chinasti di scatto la testa sul lavoro. Ma quel sorriso lo pensasti tutte le sere prima di addormentarti. “….Disse lo grillo : ”Lo sposo sarò io!” la formicuzza : “Sono contenta anch’io!” lariciumballillillallero…” “Vai ad aprire, Roberta, che hanno suonato.” Andasti ad aprire e ti ritrovasti davanti Francesco con un mazzo di fiori in mano e tu rimanesti impalata con il rossore che ti avvampava e le parole che non venivano, si accavallavano i pensieri, tutti  nel medesimo istante, che volevi cercare di capire qualcosa, ma non capivi niente. Capisti solo confusamente che lui ti chiese di diventare la sua fidanzata. “Viene fissato il giorno delle nozze, un fico secco e due castagne cotte, laricimbalalillallero…..” Vennero altri doni e anche tu decidesti di fargliene uno. Andasti in corriera fino a Faenza e comprasti uno di quei rasoi con le lamette intercambiabili, tutto di metallo scintillante, di una famosa marca americana, che guardi quì, c’è proprio la scritta Made in U.S.A. Nel viaggio di ritorno stavi con la testa appoggiata al vetro del finestrino e ti vedevi riflessa in esso, il tuo riflesso tra te e le colline che ti scorrevano a fianco. Vedevi te stessa dal di fuori, come forse hai sempre fatto, come sicuramente ancora fai. E per tutto il viaggio non facesti altro che sognare di lunghe vesti bianche e fedi nuziali. “…Erano in chiesa e si mettean l’anello….lariciumbalalillallero…” “Mi spiace Roberta, non posso accompagnarti alle giostre, sai, il notaio ha detto che devo assolutamente sbrigare in fretta delle pratiche, per diversi giorni sarò impegnato, scusami!” “Non fa niente, Francesco, avremo tante altre occasioni per andare alle fiere, poi il tuo lavoro è così importante! Ti aspetterò!” Ma alle giostre Roberta andò da sola, anche contro il parere della madre, “Non sta bene a una ragazza andare in quei posti da sola!”, perché quel sogno di suoni, luci, palloncini e zucchero filato premeva sul desiderio della “Roberta bambina”, ed esigeva il suo manifestarsi. Le bancarelle erano piene di cose, i bambini si divertivano sulle giostre, il tuo sguardo vagava divertito e alla fine si posò su di una coppia un po’ in disparte. Un tuffo al cuore! Era Francesco, nella fibrillazione cercasti di vedere meglio, era lui! Stava abbracciato ad una ragazza dai capelli lunghi e crespi, ridevano sguaiatamente e lui le metteva la mano nelle parti basse. “La formicuzza dal grande dolore, prese uno spillo e si trafisse il cuore, lariciumbalalillallero lariciumbalalillallà.” Ti sentivi inaridita, come se piano piano, ti evaporassero tutti i liquidi, le emozioni, i sentimenti, in qualche modo prendesti una corriera e tornasti a casa senza ricordare nulla, solo l’immagine di Francesco abbracciato all’altra. Arida, secca, senza forze, mentre arrivavi alla porta di casa ti sentivi sgretolare come argilla. “…dal grande dolore……e si trafisse il cuore….lari ….ciumbala….lillallero….lilla….là.” Tua madre in casa non c’era, andasti in camera tua e ti gettasti sul letto a piangere, ma un pianto asfissiato, senza lacrime e dolente di petto e di fronte, a bocca aperta, senza un suono, come un inesistente gridare. E sentisti le pareti della stanza chiudersi su di te, come una prigione, una prigione di sassi, come quelli che amavi guardare al fiume, bianchi, tondi e levigati, ora divenuti guardiani delle tue notti spesso insonni. Così il fiume che ti lavava i piedi era il fiume della memoria, che partiva da lassù e portava a valle tutto ciò era venuto a sapere della gente nel tempo, perché nel fiume erano nati, passati e morti persone, amori, disgrazie, faccende grandi o inutili e tante altre cose. E ne aveva, il fiume, di cose da raccontare, anche adesso che ormai non c’è più nessuno ad ascoltare. Ma se il ricordo del mancato matrimonio ancora ti causava malessere, il pensare al nonno ti risollevava, di favole e di filastrocche, di quella volta che ti costruì uno slittino di legno, che sapeva lavorare molto bene, e tu aspettasti impaziente la prima nevicata. Quel nonno a cui forse eri più legata che a tuo padre, non che non ci fosse affetto verso di lui, ma lo sentivi più distante, un voler bene diverso, mentre il nonno lo sentivi più tuo. Lo vedevi in età già avanzata, venire ancora su per quell’erta, curvo, con un pesante sacco pieno di robe, castagne o farina, tenuto dietro la schiena, le mani serrate di nodo e di scaglia, il volto scolpito di carapace, arato dalle rughe che il sudore aveva scavato. E quando posava a terra il fardello, pareva che le mani non si volessero più staccare per il troppo pesante impugnare. Ma era anche fatica d’orgoglio e quegli uomini spesso si davan sù la voce : “Mè nà vòlta ad chi sac chelè, a ni tuleva so òn con ona man e òn con cl’etra!” Quel nonno che nel grande letto di ferro battuto, in punto di morte, guardava fisso il soffitto a bocca aperta e tu gli tenevi la mano. In un ultimo fiato farfugliò queste parole : “Arèv avù tant chera cat fos marideda….” Ora il tuo nonno è là, con i Valgimigli, i Frassineti e i Poggiolini, a raccontarsi di chi aveva tirato sù di più, di quella volta che a veglia c’era Mingò a raccontare storie e di quello che aveva visto il diavolo in mezzo alla neve. Un alito d’aria più fresca, ti diceva che era ormai l’ora di tirar fuori i piedi dall’acqua, che le dita avevano fatto le grinze, e di andare, perché le colline chiedevano il tributo delle ombre lunghe dal sole, ormai troppo esanime per poterle rinvigorire. E la tua ombra, Roberta? Sempre più sottile, come te, che vorresti essere sempre più simile a lei, per sfuggire agli sguardi della gente. Sfuggi alle feste, dove c’è la musica da ballo, si mangiano tortelli e si beve vino, si ride e si parla, di quello che è stato con quella là, di chi ha fatto le corna a chi, di sgarbi e permali. La gente non sa della tua paura di rivivere sempre quel momento in cui vedesti Francesco abbracciato a quella donna, momento che ti rifiuti di raccontare per cercare di cancellarlo. Ma il passato non si cancella, si può occultare, rendere sommesso, cancellarlo no, è sempre dentro di noi, fa parte di noi.

Terminava il tuo giro, come il circolo della tua vita, dal cimitero alla bassa volta che ti conduceva alla porta di casa, quasi sempre lo stesso, a volte con qualche deviazione, ancora meno soffermandoti a parlare con quei pochi a cui davi un minimo di confidenza. Ma anche nel circolo della tua vita, si fanno strada cose nuove, lentamente, perché tu non permetti più agli accadimenti di scardinare la porta delle emozioni forti. Accade così che un certo Francesco, guarda se la vita non fa degli scherzi, cominci ad avere interesse per te. Lavora nel forno, quello del ponte di sopra, e impasta e cuoce e serve i clienti al banco, ti vede passare ogni santo giorno, e ogni santo giorno spera che tu entri a comprare il pane, perché lui è lì, pronto a servirti. Ma tu entri poco, ti piace l’odore, ti piace immaginare di abbuffarti, come già detto, però compri solo qualche pezzettino. Lui è timido, porta occhiali grandi, con una montatura demodè, ma si adatta alla faccia larga e piatta, la parlata, quando è imbarazzata, ogni tanto si inceppa, dei capelli non sai dire se sono bianchi di suo o se a causa della farina, non pare proprio un bell’uomo e alla gente scappa facile dire che sia lento di comprendonio, ma si sa, la gente! Vinta la timidezza, comincia a chiederti se ogni tanto può accompagnarti nelle tue passeggiate, ma tu non gli davi corda, non so mai quando esco di preciso, domani ho un impegno, devo andare a Faenza e altre scuse, perché pensi che i nomi siano legati ai fatti, e Francesco si portava dietro una sventura. Alla fine, però, hai pensato che più male di tanto non avrebbe potuto portarti, forse qualcuno con cui parlare durante il camminare poteva essere una cosa anche piacevole, basta che non si mettesse strane idee in testa, che di legami affettivi non volevi più saperne. Si vedeva così, una coppia che non si sa bene se dire male assortita o quantomeno strana, girare per il paese. Tu, che nonostante il piede sordo camminavi con discreta grazia e compostezza, ascoltavi e poco raccontavi, lui che nella foga della novità parlava forte per non incepparsi e gesticolava muovendo ampie le braccia e diceva e diceva cose, spesso anche esagerate o delle vere e proprie balle. E se è vero che chi và al mulino s’infarina, è vero anche che chi và con lo zoppo impara a zoppicare, perché senza volere, si vive di luoghi comuni, frasi fatte e partiti presi. Così anche Francesco cominciò a zoppicare come per solidarietà, che con tutto il suo muoversi sembrava sempre più sgualembro. Vi vedeva, la striscia di asfalto tra gli alberi, camminare, il camminare di una coppia di parole forti, rotonde e di silenzi, una coppia fatta da sogni segreti e da prorompente effettualità, senza la passione, l’attrazione e senza frequentazioni di letto come di solito si conviene ad un uomo ed una donna, una mutua compagnia saltuaria ed incostante, perché l’incostanza ha sempre fatto parte del tuo essere, Roberta. E si chiedeva, la striscia di asfalto, se alla fine non era “amore” anche quello, perché amore è parola spesso usata per comodità, la comodità di non dover chiedersi le cose, la comodità di giustificare gesti e pensieri, la comodità di tutti noi che non l’abbiamo mai capita appieno, una parola liquida, che si adatta al contenitore dentro cui la mettiamo, ma sempre per comodità. Continuava il tuo girovagare, vedevi le cose cambiare, posti nuovi, cose nuove, come nuovi ti parevano i ragazzi, che scimmiottavano usi e costumi di quelli delle grandi città, a volte con successo, a volte meno, perché l’odore della terra, dei faggi e dei castagni, del mangime per le galline, rimaneva cucito addosso. Tu guardavi questo nuovo e ti chiedevi, senza aver bisogno di capire. Continuava il tuo girovagare, ogni tanto in compagnia di Francesco, più spesso sola, continuavi il tuo circolo come una cosa naturale. Perché se il nostro fare “tecnico e moderno”, dove rincorriamo spesso la voglia malata di affermazione o il nulla, ci porta alla follia, non quella dei matti che è altra cosa, ma come assenza di ragione, il fare “naturale” ci porta all’essere eterni, ma siccome l’eternità ancora ci sfugge, giriamo in circolo, dove le cose ci sono conosciute, e si comincia là, da dove si è finito. Così, Roberta, ogni giorno finivi e ricominciavi. “Valgimigli, 1889 -1970”….”Frassineti, 1901 – 1993”….”Poggiolini, 1897 -1968”….