Campani.Cecchini2013Da ”I marmi”, giallo storico ambientato nella Firenze dell’inverno 1922-23, romanzo inedito di Carlo Campani e Paolo Cecchini.

I

Una notte non iluminata dalla luna, né dalle stelle,
né dal primo fiato dell’alba

“Questo è un pessimo inizio”.
A notte fonda, notte fredda e nerissima, sei dovuto salire fin qui, e ora ti ritrovi solo e tuffato in questo buio fitto, ricolmo di umido e di silenzio, che ti s’incolla addosso tenace come catrame. Non si è nemmeno capito chi diavolo mai ti abbia fatto venir fin qua, e chi ti vedesse ora, ti prenderebbe per un disperso o per un naufrago, approdato per caso su questo lembo di terra, anche se sai bene dove ti trovi.
Ma adesso, qui, non ti vede nessuno – tranne noi.

Subito, quando si ritrovò nel mezzo del piazzale di cui non si scorgeva la fine, gettò via il mozzicone di toscano, consunto e amaro tanto da saper di fiele. Più che respirare beveva l’aria, così densa d’umido e pesante da affogare gli odori della campagna e la smunta face lunare. A stento riusciva ad intuire, ancora più scura del cielo senza stelle sopra di sé, la sagoma affilata dei cipressi, allineati in leggera salita, al di là dell’alta cancellata, falange ferrigna puntuta di lance che, a una ventina di metri, gli si parava davanti invisibile.
Un cigolio? Immobile ristette in ascolto. In quel silenzio si sentiva scorrer via il tempo, come un rigagnolo sottile che bisbigliasse suoni suadenti, quasi un cantilenar di sirene: no, niente. Era l’unica presenza, l’unica anima viva in quel limbo; ma rimanendo ancora lì, invisibile, abbandonato in quell’oscurità liquida, avrebbe finito col dissolversi e farsi anch’egli nebbia e vapore.
“Quest’ora è sempre la peggiore” disse a voce alta, per non smarrirsi, senza neanche saper dire di preciso che ora fosse. Cercava una ragione per la spossatezza che aveva nelle ossa. Si passò una mano ghiaccia e pallida nella massa dei folti capelli corvini. “Ecco, il cappello”. Non aveva preso il cappello: la fretta, il timore di arrivar tardi, il dovere che non vuole indugi. Intanto la notte minacciava di durare all’infinito, neanche un pallido sentore dell’alba che doveva arrivare di là, dietro la groppa delle colline ed egli se ne stava lì, inerte, impantanato in quell’attesa, mentre il pastrano, invece di proteggerlo dall’umido, lo opprimeva sempre più, come una casacca di legno.
“Qualcuno dovrà pur arrivare”. Fece qualche passo, camminando in tondo. Nel nulla che lo assediava, affiorò d’un tratto un chiarore; o forse era solo l’immaginazione di un qualcosa di vivo, inventata dall’impazienza. Infatti sparì, ma poi riapparve. A mezz’aria galleggiava una fonte di luce, apparentemente immobile, come il fanale d’una barca in mare aperto. Con una lentezza esasperante cominciò a dilatarsi in una sgoratura chiara. Sì, la chiazza opalescente si avvicinava e le mosse incontro. Ora, sebbene a malapena, poteva intuire una presenza dai contorni solo vagamente umani che si muoveva al di là della cancellata. Infine divenne una sagoma che, rimanendo dietro le sbarre, gli alzò un lanternino in faccia, e con quel gesto dispiegò le falde del mantello d’incerato come un pipistrello l’ali:
– Vengo dalla Questura, mi apra – intimò, schermandosi gli occhi.
Di quella figura, piccola e un po’ incurvita, distingueva a mala pena il cappello con la visiera e, sotto la gobba del naso, i baffi bigi. Costui schiavistellò flemmatico, lo fece entrare con un accenno d’inchino, richiuse il pesante cancello, girò sui tacchi e, senza dir nulla, si mise in marcia. Tra sé e sé borbottava qualcosa tipo «mondaccio arrovesciato» e fonemi incomprensibili, improperi probabilmente; ogni tanto sputava in terra. Arrivati che furono in fondo alla fila dei cipressi, la guida si girò, alzò di nuovo il lanternino e disse:
– Sicché Lei sarebbe un commissario …
– Vicecommissario … sono il vicecommissario Settembrini.
– Uhm, ho inteso … – e si rimise in marcia.
– E Lei? – chiese Settembrini.
– Io che? – rispose l’altro, continuando a camminare.
– Lei come si chiama?
– Io sono il Giacomoni, per servirla – e si portò la mano alla visiera, mimando un saluto militaresco o un accenno di scappellamento.
– Bravo Giacomoni; allora, se mi vuol servire, dica: è stato Lei a dare l’allarme?
Settembrini sentì le scarpe di vacchetta affondare nel moticcio.
– Mah, dipende … – fu la risposta – ah, occhio, commissario, che qui l’è tutto un pantano, tra questo tempo infame e i lavori! Ecco, venga dietro a me, guardi, qui c’è un’asse …
Un reticolo di assi di legno fradicio formava precarie passerelle sopra fosse e canaletti, tracciando percorsi imperscrutabili, che si sperdevano nella buia distesa di fango. Superarono un fosso in cui si rovesciava un torrente d’acqua piovana.
– Allora, da cosa dipende?
– A accorgersene è stato lo Sterra … ‘un sembrava nemmen più lui, saltava in qua e in là, neanche ci avesse in corpo tutti i diavoli dell’inferno … eh, lo Sterra poer anima, … così il dottore m’è toccato avvertirlo a me, con tutti gli anni che ho su i’ groppone, son dovuto correre io … meno male che gli sta quassù, sennò …
– Sennò?
– Eh, per quel pischello, dico, l’era maiala … almeno s’è soccorso … ma il sangue, il sangue, un gran troiaio … a me, sa, i morti, ormai, non m’avrebbero a fare effetto! Ma il sangue … mah, lo vedrà, lo vedrà Lei.
Camminavano sulla ghiaia, adesso; la lanterna cieca, dondolando, faceva luce a casaccio, e qua e là, di mezzo a mille fiammelle tremanti, guizzavan fuori dall’oscurità tratti di siepi, sprazzi di bianco marmoreo, sagome umane.
– E ora dov’è il ragazzo?
– Mah, all’ospedale, speriamo. Il dottore l’ha sistemato alla meglio … ah, che mondaccio arrovesciato – e sputò in terra con rabbia e, insieme, quasi ridendo.
– Ma insomma, a noi chi ha telefonato, è stato Lei?
– No, il dottore …
Settembrini avrebbe giurato d’aver percorso già più d’un chilometro, immerso in quel tenebrume da cui continuavano a balzar fuori, ondeggiando, ora mani giunte in preghiera, ora il profilo d’un angelo inginocchiato, ora un cippo smozzicato ad arte, ora una croce di marmo.
– Sterra, o Sterra – vociò improvvisamente il Giacomoni – o Sterra, porca madosca, o dove tu sei? Mondo sudicio e indiavolato! Sterra! Ah, eccoti!
Da dietro una sfinge di pietra serena che, accovacciata, faceva la guardia a un gigantesco sepolcro di foggia egizia, era appena apparso un uomo: facendosi anch’egli luce con una lanterna a olio, veniva avanti come se non toccasse terra. Aveva indosso una mantella militare e, sulla testa ciondolante, un berrettino con la visiera.
– Allora, ci siamo finalmente? – chiese Settembrini. Lì intorno niente di compiuto, non un volto intero, solo schegge e frammenti, squarci di luce, sparati dai due lucignoli.
– La cappella dell’illustrissima famiglia Gori – disse il Giacomoni, con una mezza riverenza, indicando qualcosa davanti a loro: le lanterne, puntate in quella direzione, svelarono i contorni d’una costruzione che svettava in mezzo ai marmi e ad altre cappelle più modeste.
Fattosi dare uno dei due lumi, Settembrini si dette subito ad esaminarne l’ingresso. Fece luce sulla serratura, poi sugli stipiti, sulla soglia, sulla porta appena socchiusa. Si accucciò: sulla soglia, sui due gradini sottostanti vide alcune macchie di sangue e una strisciata spariva sotto un battente della porta come la coda d’un serpe. Riguardò infine la serratura:
– Aperta con la sua chiave o con un doppione – disse ad alta voce.
I due becchini si guardarono l’un l’altro, uno allargò appena le braccia, l’altro fece spallucce.
– Bisogna rintracciare questo dottore – continuò Settembrini, avvicinandosi deciso ai due – il medico che ha soccorso il ragazzo.
– Il professor Manni – disse Giacomoni.
“Il Manni, il vecchio medico legale? Possibile?”
– Lo cerchi in ospedale, o a casa sua, ma guardi di trovarlo e di farlo venir qui prima possibile: bisogna assolutamente che gli parli.
– Agli ordini – rispose il Giacomoni e fece per andar via, ma Settembrini lo acchiappò per un braccio.
– Le chiavi della cappella, chi ce le ha?
– Io no. E te, Tito? – disse il Giacomoni.
– Io no – fece eco lo Sterra.
– Comunque sia, Giacomoni, mi faccia avere queste chiavi, siamo intesi?
– Come no – e il satanasso, come non avesse aspettato altro che un’occasione per darsela a gambe, corse via saltando tra le tombe con un’agilità sorprendente, e disparve subito.
Sterra e Settembrini rimasero soli nel silenzio più completo. Illuminando la scena col lanternino, Settembrini gli si fece d’appresso, senza però riuscire a distinguerne bene i tratti. Quell’uomo, apparentemente non più giovane, magrolino, sedeva immobile su una lastra di marmo, lo sguardo fisso al suolo, come se non veder nulla fosse come non esserci.