11.ValentiProseguiamo con la pubblicazione di “assaggi” letterari tratti dai libri dei nostri autori.
Il brano che segue è estratto da Cometa e bugie di Marco Valenti.

Buona lettura!

P.S. nel testo visualizzato alcune parole vanno a capo in modo a dir poco originale: non è colpa dell’autore bensì della piattaforma del blog che ha dei problemi e spezza le parole a fantasia.

NEL MARZO 1997

1
Cena
(quando Luisa lascia Guido)

L’appuntamento era per le nove di sera.
Guido la avrebbe aspettata direttamente al ristorante vicino al fiume, in pieno centro storico, dove naturalmente aveva prenotato con largo anticipo un tavolo discreto e appartato per piacevole desinare e conversare, due tra le cose in cui eccelleva. Luisa se lo aspettava premuroso e odoroso, elegante e particolare, intelligente e amoroso; se lo aspettava Guido, come sempre.
Quell’uomo dei sogni che le aveva sconvolto il cuore e i sensi, quel prestigiatore delle parole con cui tutto pareva a portata di mano, dalle mani indimenticabili ed esperte che sapevano darle in una carezza cento carezze di tutti gli altri uomini della sua vita e che la faceva ridere e morire in sua compagnia e che la faceva piangere e morire quando lo lasciava. Mille e una volta lo aveva preso e mille e una volta lo aveva lasciato, girandosi e andando via con la morte dentro per non vedere lui girarsi con la morte dentro e tornare da chi prima di lei aveva
sconvolto nel cuore e nei sensi e che aveva così irrimediabilmente sposato fino a renderlo così irrimediabilmente padre per ben due volte.
Mentre il taxi la portava in una sera di marzo in ritardo per i vicoli della città verso un elegante ristorante e uno sposato affascinante uomo della sua vita Luisa, bella come sempre e comunque, non riusciva a contenere una ansia triste che le rendeva nebbia tutta l’attesa di una splendida serata.
Giacca di cammello, camicia a scacchi ma elegante, cravatta che miracolosamente assemblava miticamente il tutto Guido, a metà Campari-Soda, già seduto al tavolo per due di un ristorante come ogni sera affollato di voci basse e di luci soffuse, consultò il suo orologio da polso marca Fossil con un improbabile ma preciso aereoplanino rosso appeso alla lancetta dei secondi e non poté fare a meno di notare come lei fosse, come sempre, in ritardo e, tra il divertito e il seccato, pensò a quanto tempo della sua vita aveva passato ad aspettarla.
Tutta la vita l’aveva aspettata e non era questione di minuti o di mezz’ore.
Tutta la vita l’aveva aspettata anche prima di conoscerla, anche prima di sapere che la stava aspettando, anche quando lei era bimba e lui già universitario, anche prima che lei nascesse.
Questa sera la voleva fermare. Per sempre la voleva fermare, per non dovere più sopportare il suo bellissimo sedere, la vista del suo bellissimo sedere che si allontanava da lui, che se ne andava senza rimedio, ancora, per la milionesima volta via da un amore mai chiamato, da un rapporto improponibile ma troppo grande, immenso per un’avventura, stretto nella morsa del proibito, nella tenaglia spietata della vita passata.
I fiori sono tutti belli ma ogni fiore è diverso dagli altri: ciascuno vuole le sue cure. Per alcuni basta solo un po’ d’acqua e un po’ di sole, altri vogliono essere vaporizzati due volte al giorno per mantenere la fioritura e concimati con preparati speciali, e non è detto che ci si riesca, ‘che basta un abbassamento rapido di temperatura per aver lasciato aperta troppo la porta della serra, o una dimenticanza, o che so io, e sfioriscono.
Guido era bambino e la serra del nonno in campagna era uno dei
posti fantastici di quando era bambino; Nonnototò era uno dei posti fantastici di quando era bambino; le parole del nonno erano posti fantastici di quando era bambino.
Ci pensò per un momento con il coraggio della nostalgia e poi, mentre ritornava a pensare a Luisa, pensò alle donne e che il nonno parlava dei fiori ma pensava alla nonna.
Perché le donne sono tutte belle ma ogni donna è diversa dalle altre: ciascuna vuole le sue cure.
Luisa era un fiore delicato ma lui non l’avrebbe fatto sfiorire mai.
Entrò nella bussola del ristorante e si sentì immediatamente investita dal tepore del locale e mentre la aiutavano a togliersi il soprabito, lasciandola in camicia di seta, gonna scozzese appena sopra il ginocchio, cardigan cachemire e sorriso favoloso, vide Guido che le sorrideva complimentoso alzandosi per venirle incontro. Negli occhi ancora l’immagine della cometa vista subito prima di entrare, mentre abbracciava il cielo come a chiedere un parere o a cercare una risposta o una forza che doveva pur esserci.
“Ciao, come stai? “
“ Stanco ma bene. Sei bellissima “
Sorriso di Luisa.
Anche tu sei bellissimo, lo sarai sempre, anche quando sarai vecchio-vecchio anzi, forse sarai sempre più bello perché nei miei occhi non c’è mai stato altro che i tuoi occhi intensi, che i tuoi capelli così presto imbiancati, che le tue mani.
Sorriso di Luisa che sparisce.
Ma tutto  è orrendo, non c’è storia, è tutto dolore perché sei un padre e un marito e un padre e non ti ho mai chiesto di scegliermi ma anche se lo facessi saresti comunque un padre e un padre e un ex marito con una ex moglie e io non ce la faccio più e non so come ce la faccio, come abbia resistito finora a questo dolore cupo.
Arrivarono al tavolo e si sedettero, uno di fronte all’altra, seduti si guardarono, con il piacere di guardarla lui, con l’ansia che montava lei. A lungo si guardarono, come certi momenti possono essere lunghi, e iniziarono i loro occhi a parlarsi, come a precipitarsi prima delle parole e insieme alla mente nell’interno dei fatti, nel nocciolo, là dove si giocano le partite più dure, dove si decide il bene e il male, dove nascono i desideri e i sì e i no. Lui arrivò al disagio e cercò una sospensione.
“ Hai visto la cometa? Stasera è luminosa che pare un faro”.
“ Guido, non sembra si possa fare altro!”.
Giornali, giornali-radio, radio e televisione, riviste astrologiche e astronomiche, riviste e basta, nessuno si era perso l’occasione di spiegare, analizzare, raccontare, interpretare, suggerire come meglio vivere questo grande appuntamento di fine millennio. Sì, l’aveva vista, certo che l’aveva vista, come altrimenti? Intanto l’aveva vista un attimo prima di entrare nel ristorante l’aveva, e ora le sembrava di averla fissa nell’animo degli occhi e fissò il vuoto come a vederla ancora e ancora.
“ Giornataccia? “
Quella di Guido non era una domanda: era una speranza.
Oddio speriamo che sia soltanto una giornata storta, casini in ospedale o un po’ di malumore; speriamo che possa farglielo passare. Speriamo che si stia solo portando dietro la scorie di una faticosa giornata tra malati gravi, analisi lugubri e cartelle cliniche inquietanti, decisioni gravi e primario stronzo; speriamo che possa farglielo passare. Io so come farglielo passare con mille attenzioni e cento cautele e dieci sorrisi. Luisa sei come la risacca del mare, ora vieni ora vai, vieni qui, vieni qui da me, vieni via con me, aiutami ad andarcene via. Io so come farglielo passare con mille attenzioni e cento cautele e dieci sorrisi e una proposta. Luisa è tutta la giornata, è da che ti conosco, è tutta la vita che voglio dirti andiamo a vivere insieme, tu e io ora, presto, la settimana prossima, e poi partiamo, Pasqua, andiamocene via, andiamocene via da tutti e da tutto…
“ Giornataccia?”.
“ Guido basta.”.
Lo disse con voce calmissima; non con il punto esclamativo, solo con il punto. Guido basta, punto.
“ Guido basta. Non ti amo e forse non ti ho mai amato.”.
Pietra. L’aria era pietra, l’aria era pugno, l’aria era diventata dolore; muto, incapace di alcuna reazione, Guido giaceva senza riuscire a tirare fuori mille attenzioni e cento cautele e dieci sorrisi e una proposta, la proposta. Non ti amo e forse non ti ho mai amato azzerava come niente altro avrebbe mai potuto, più del non avergli mai chiesto niente, più del milione di volte che aveva visto andare via il suo bellissimo sedere, perché ora si sarebbe alzata e la milionesimauna volta sarebbe stata l’ultima. Assurdo come troppe cose assolutamente vere e inoppugnabili da alcuna parola avesse tirato fuori. Muto, incapace di reagire.
“ E non voglio più avere a che fare con te.”.
Così lei interruppe la pietra. Voce triste, voce bassissima, voce definitiva.
Ora l’ho detto, dio l’ho detto alla fine, alla fine ci sono riuscita. Si l’ho fatto, ho detto basta, ho detto addio amore mio, pagina nuova, pagina bianca, pulita; è la risposta, è questa la forza che cercavo ed è meglio così, non so perché è accaduto oggi, non pensavo accadesse così, forse non volevo che accadesse così, ma lo ho fatto, ma lo ho detto, basta, fine, chiuso e ora mi alzerò da questo tavolo, da quest’uomo, da questo silenzio di pietra, e ora mi alzerò da questo tavolo, da quest’uomo, da questo silenzio di pietra, da questa vita. Ora mi alzerò, sì, mi alzo, mi sto alzando e non lo guarderò dentro gli occhi no, non lo guarderò, mi basta il mio di dolore.
Luisa si alzò e lui la vide andare via senza mai più incrociare i suoi occhi, i suoi occhi che non sapevi mai se erano verdi o nocciola. Via, altrove.
Luisa andò via e lui la vide attraversare la bussola del ristorante con in braccio il soprabito frettolosamente ritirato. Un bagliore di colpi di sole biondi su lunghi capelli castano chiaro e più nulla.
Luisa stava attraversando la bussola del ristorante come si passa un ponte.
Luisa era dall’altra parte del ponte: con gli occhi lucidi guardava il cielo.
Nel cielo la cometa rispondeva al suo sguardo.

2
Malattia
(quando Agnese lascia Mario)

Il giornale aperto in cronaca riportava il suicidio di un brillante avvocato che si era annegato nel fiume la notte scorsa; il titolo occhieggiava sotto il pacchetto di sigarette che lo accompagnava sul cruscotto della fiat uno bianco-ambulanza in cui Mario, parcheggiato in seconda fila lungo quello stesso fiume della disgrazia in cronaca, resisteva a vigili urbani e traffico caotico aspettando Agnese. Poveraccio, pensò, chissà quali disgrazie se lo sono portato via. Nessun biglietto. Lascia la moglie e due figli. Si accese un’altra sigaretta e non poté evitare di concentrarsi sul risultato contenuto nella cartellina marrone sul sedile al suo fianco, oggetto di una discussione lunga e dolorosa  la sera prima con Agnese; ma si sa il telefono non dovrebbe essere luogo di discussioni ma essere preposto solo a brevi “comunicazioni di servizio”, rapide informazioni, appuntamenti, fugaci cortesie.

“Cosa cazzo significa positivo?” la voce di Agnese aveva preso quel suo anonimo tono metallico di quando era seccata o pensosa e tendeva a chiudere le conversazioni per assorbirsi dietro il filo dei propri ragionamenti privatissimi. Era usa pensare per cavoli suoi, far trascorrere un lungo tempo, che le era indispensabile, tra le emozioni vissute e le reazioni di cervello; era usa, diceva, “far decantare”, prima delle sue definitive reazioni. La cosa mandava in bestia Mario che, per contro, era sempre stato un concentrato di cuore, impulsi (di cui pentirsi con comodo), ed emozioni che valesse la pena ricordare, convinto come era che solamente il cuore fosse l’organo depositario del sapere e che cento libri e mille ragionamenti non valgano il calore di un bacio. Avrebbe avuto modo di ricredersi ora che di lì a poco sarebbe invecchiato mille anni aspettando una sfilza di miracolosi eventi, quei fatti stupefacenti che di rado accadono e che il più delle volte albergano confinati nei nostri sogni disperati e che asciugano bottiglie di realtà. Intanto accettava Agnese perché era Agnese, per i suoi baci, per i suoi silenzi ombrosi e i suoi slanci di bambina che lui aveva orgogliosamente risvegliato, estraendola da quella corteccia di ragione e buon senso a cui lei pareva tenere così tanto e che lui credeva in fondo in fondo disprezzasse e combattesse. Da sei mesi stavano insieme e lui pensava fossero felici e destinati a andare ancora avanti.
Agnese era Agnese perché mai a Mario era capitato di ridere di una battuta prima di averla detta, semplicemente sapendo uno dell’altro che la stavano pensando.
Agnese, mani grandi, era Agnese per quel suo sorriso accattivante e complice che avrebbe fatto strage in ogni cuore, e il suo non si era sottratto. Agnese piena di bei capelli neri, lisci e tanti, di seta e di profumo, era Agnese e lo sarebbe stata per sempre, con quel suo andare infossato e altalenante, quasi svogliato, e con quei suoi occhi azzurri, un po’ a palla per la verità, ma carichi di intenzioni e di cose ai suoi occhi innamorati, di cose e di infezione al cuore. Dato che nessuna mai lo aveva preso come Agnese, perché con nessuna mai c’era stato quello scintillio fatto di tutto e di niente, sarebbe stata per sempre Agnese, anche malgrado lei.
Quand’anche Mario ne cavasse fuori molto più di quanto ci fosse stato, Mario tutto cuore era una macchina ai raggi ics che di Agnese radiografava tutto il bello .
L’amore è un mezzo potente, un computer immenso di dati e di combinazioni: quello di Mario per Agnese era un urlo, grande memoria RAM, massima gestione delle risorse.
Perciò Agnese, che – ben inteso – era Agnese, gli aveva allacciato il cuore e lui ne aveva fatto il tutto e il pieno, il mezzo e il fine ultimo, il soggetto e l’oggetto e il predicato verbale della sua esistenza. La adorava.
Centosessanta centimetri di donna adorata la sera prima, al telefono
“Cosa cazzo significa positivo?”
“Significa che c’è.”
“Come stai?”
“Come prima più un tumore al retto.”
Seguirono frasi inutili e un appuntamento per la sera successiva.

Il male è male e ci si combatte, o se no si fugge ma il male rimane.
Centosessanta centimetri di Agnese arrivarono all’appuntamento. Bianca come un cencio, occhiaie fino ai ginocchi, Agnese entrò in macchina, spostò la cartella marrone e si sedette accanto a Mario. Lo abbracciò intensamente ma brevemente per poi sistemarsi sul suo sedile. Si accese una sigaretta presa dal pacchetto sul cruscotto che mandò a puttane il buon profumo che era entrato con lei.
“Perché si è ammazzato?” guardando la pagina sul cruscotto.
“Non lo so, non si sa, un po’ mi spiace e un po’ di più ho altri cazzi per la testa.” Lui voleva appoggiarsi a lei, non parlare, non pensare, non fare ma soltanto stare, appoggiarsi, trovare il grembo materno.
“Quando ti operano? Perché ti opererai subito, non è vero?”.
Aria impersonale, un po’ dottoral-professionale, spiazzante di lei.
“Non ne ho idea, ciao come stai, anch’io sono contento di vederti, anch’io ho dormito poco, anch’io ti amo, anch’io non vedevo l’ora di vederti e di abbracciarti…”
Mario, aveva parlato un po’ enumerando ed un po’ in cantilena, irritato perché Agnese era Agnese, e avrebbe desiderato ricominciare la conversazione da un altro angolo, ma Agnese era Agnese e si portava via le cose per farle decantare nella cantina del suo cuore, scientifica crocerossina esternamente impersonale come un bisturi esperto e non era la sua mamma ne la madonna della consolazione. Agnese era Agnese e lui la amava. Per ciò che era e per quello che lui solo si ostinava a vedere, Mario la amava con poetica illusione.Intanto il silenzio lievitava in quella uno bianca come un dolce a metà cottura.
“Allora?”. Mario era un chiacchierone e il silenzio lo reggeva assai meno di Agnese. La guardava, ne percorreva il profilo rivolto in un punto lontano al di là del parabrezza.
“Mario non ti amo e forse non ti ho mai amato”
Mario non ti amo e forse non ti ho mai amato.
Mario non ti amo dolore e forse forse? forse non ti ho mai mai? mai amato – aghi nella testa di Mario – mai amato non ti amo forse mai non ti ho amato mai – aghi duri, punture di aghi inaspettati – vespe pungiglioni aghi improvvisi dolorosi aghi nel cuore nel cervello nel più dentro del dentro non ora non oggi non adesso non così.
Lui un pugile al tappeto.
“Non voglio più avere a che fare con te”.
Aggiunse dopo una frazione di secondo non voglio più avere a che fare con te: k.o. tecnico, partita.
Mario non ti amo
forse non ti ho mai amato
non voglio più avere a che fare con te.
Aghi nel cervello, spade alla bocca dello stomaco, stupore di Abele moribondo davanti a Caino, punture, pungiglioni stupefacenti, mancanza d’aria nei polmoni, apnea interminabile e mille e mille altre cose ancora e il nulla, e il tutto e il nulla e la sua assenza, aghi e vuoto, vuoto pneumatico, precipizio, male della madonna.
Il male è male e ci si combatte o se no si fugge: lei fuggiva, lui muto non aveva armi per combattere. Troppo definitivo, troppo forte, troppo di tutto.
Salì come una battuta da film, salì dall’inferno del suo animo, come il presagio della sciagura, si gonfiò come le nuvole di novembre in Normandia e, mentre al di là del fiume la notte faceva vedere la cometa, bella come nel presepe e sicura della sua via, proruppe.
“Dimenticami”.
Dieci secondi e lei scese, altri dieci e lui partì, meno di un minuto e piangevano tutti e due.
Lui avrebbe continuato a dipingere ma da quel preciso momento perse, definitivamente, il giallo. Le sue tele divennero un po’ più cupe, senza un motivo razionale e per una motivazione interiore, per quel filo spezzato o perché il giallo è il colore della luce, la quint’essenza del chiaro, e lui si ritrovava fuori dal giallo e immerso in una nebbia melmosa, tra il grigio e il ruggine: il blu oltremare divenne irrimediabilmente verderame. Comunque continuò a dipingere, dopo una lunga pausa inebetita, a fare bei quadri a olio, a vendere, pochissimo, e a campare d’altro, malissimo.
Dimenticami, lui le aveva detto, e lei si sarebbe applicata anche se non sapeva bene con quali risultati, si ripeté che ce l’avrebbe messa tutta, la fuga è fuga, e continuava a convincersi, in quella ulteriore notte insonne passata a pulire casa per tenersi impegnata e possibilmente spossarsi, che nulla sulla faccia della terra poteva farle cambiare la sacrosanta idea, istinto di conservazione, che se e dove si può, dolore guerra malattie e morte si evitano quanto è vero iddio, ho tante cose da fare, tanta vita davanti, non ce l’avrei potuta mai fare, via, via lontano, più lontano che si possa, libera nos a malo, sarò cattiva ma non ce la faccio, mi conosco, non ce la faccio proprio.
E’ meglio così, dimenticare, uscirne salva, non soffrire, lontano dagli occhi lontano dal cuore. Addio ometto pittore di sogni, buona fortuna, che tu possa perdonarmi e dimenticarmi; forse io mai. Forse mi manchi tanto e non vorrei o forse non mi manchi abbastanza da farmi tornare indietro a dirti sei tu, a dirti sono io, sono io comunque, sono io a prescindere, malgrado le fughe, l’insoddisfazione e il terrore di avere a che fare con la tua malattia e che tu possa andartene e fare il mondo più brutto e più vuoto. Dio mio no, non mi manchi, non mi mancherai mai abbastanza, non voglio che tu mi manchi così tanto da farmi tornare, così intensamente da farmi stare a vivere con la paura del tuo morire.
Ho da fare, ho un lavoro, una carriera da costruire, la mia vita da costruire.  Sì, forse sono cattiva, forse sono ingiusta, non lo so, priorità fuggire e poi guerra tra me e il mio stupido cuore, tra me e la mia coscienza. Roba mia, solamente mia; addio bel sognatore, addio specchio di quella che non sarò mai.

Perché Agnese non era affatto cattiva, Mario pensò che lo fosse solo per rapidi tratti dolorosi; semplicemente Agnese era, irrimediabilmente, Agnese. Era irrimediabilmente Agnese e lui l’amava così come era, tutta e in ogni sua parte. La reputava bella; più che bella; Agnese per Mario era la donna scesa in terra, il cerchio della vita, il senso di ogni suo passo. Ne adorava il sorriso accattivante, l’atteggiarsi del viso quando entrava in una situazione di complicità, la sua andatura che pareva sempre quasi pigra, essenziale, un po’ ciondolante, i suoi piedi lunghi e affusolati, così perfetti, l’incavo dietro le sue ginocchia come i suoi capelli morbidi, lisci come la seta e neri come il carbone. Amava ascoltarla, amava sentire la sua voce, le sue intonazioni; amava parlarle, e ogni minuto e ogni parola erano musica perché erano loro due, perché lei era Agnese. Comunque fosse, nonostante Agnese fosse Agnese. Quando più tardi, troppo più tardi, dopo tempo e dolore, avrebbe smesso di giudicare il mondo e imparato, ruga dopo ruga, la relatività dei pareri e delle opinioni proprie prima che altrui, Mario avrebbe quadrato il cerchio.
Il male è male e ci si combatte, o se no si fugge ma il male rimane.
Agnese era Agnese e lo sarebbe sempre stata; le persone, tutte e ognuna, sono come sono ed è il bello del mondo, comunque siano.