1Brano estratto da “Tutto il resto è silenzio”,  racconto/atto teatrale del libro L’amore spaccato – quattro storie di ordinario abbandono scritto a quattro mani da Luca Martini e Carla Sermasi Calvi.

“Ah senti, ha chiamato uno prima”.
Claudia lo fissa con gli occhi sgranati, di colpo sembra avere vent’anni di più.
“Uno chi?”
“Non ho capito, uno che parlava di cose di cui non ho capito un cazzo”.
Claudia finisce di mettere a posto i pacchi di pasta nella credenza e la verdura nel frigo, poi compare in salotto, mentre Manuel sta facendo zapping con il telecomando, come potrebbe fare una cassiera che fa il conto a un cliente. Si ferma a seguire una pubblicità, vendono assorbenti interni, ma lui sembra attratto dalla cosa, forse più dalle forme della ragazza che sorride mezza nuda e gli fa l’occhiolino.
“Ma chi cercava questo tipo?”
“Voleva parlare con te”.
“E allora?”
“Allora cosa?”
Manuel si solleva a fatica dalla poltrona che, ormai, ha assunto le sue forme sgraziate.
“Come allora cosa? Gli hai chiesto di cosa si trattava?”
Claudia alza la voce, guarda Manuel incredula, mentre lui si alza e prende il corridoio con un passo pesante e dinoccolato.
“Boh”.
Claudia lo segue con lo sguardo. Si sente venir meno la terra da sotto i piedi e si appoggia con la mano allo schienale del divano.
“Oh? Dico a te, dove vai?”
Manuel scompare tra le quinte, con un’aria svanita.
Si sente una porta che si chiude, poi lo sciacquone del bagno che viene tirato.
Pochi istanti dopo l’uomo compare di nuovo in salotto e ritorna a sprofondare nella poltrona. Claudia lo segue attonita.
“Ma che cazzo di modo è, questo?”
“Cosa?”
“Come cosa? Mentre parlo prendi e te ne vai?”
“Mi scappava”.
“E allora? Non potevi tenerla ancora qualche secondo? Giusto il tempo per capire di cosa parlavi?”
“Quando scappa, scappa. È la natura che fa il suo corso”.
“Non ti sei neanche lavato le mani, quante volte te l’ho detto?”
“Non rompere i coglioni, te non ti lavi neanche i denti dopo che hai finito di girare una scena di pompini, stai a dirmi cosa mi devo lavare?”
Claudia non risponde. Solo manda a quel paese Manuel con la mano destra, si ravvia i capelli all’indietro e si siede sul divano. Poi sospira, raccogliendo la calma di cui ha bisogno.
“Allora? Cosa voleva ‘sto tizio?”
“Non lo so, te l’ho detto, ha parlato di un film, ha fatto il nome di Tinto Brass, ma non ho capito altro”.
“Come Tinto Brass?”
Claudia sgrana gli occhi e alza il tono della voce. Poggia le mani all’indietro sui cuscini, irrigidendo le braccia e tutto il corpo, come se fosse attraversata da una eccitazione nuova.
“Sì, Tinto Brass, quel vecchio ciccione che fa film porno per tutti”.
Manuel continua a fissare la televisione, mantenendo lo stesso tono di voce, calmo e asettico.
“Cioè, fammi capire una cosa. Ti telefona Tinto Brass e tu ci metti dieci minuti per dirmelo?”
“Non era Tinto Brass, era la segretaria, dai, non essere troppo pesante anche tu”.
Claudia respira a fondo e chiude gli occhi. Non dice niente, ma sembra contare dentro di sé fino a dieci, per sbollire e recuperare la calma.
“Ok, Manuel, non mi voglio incazzare, sono stanca, ho succhiato cazzi tutto il pomeriggio e ho scopato con due negri e un nano. Resto calma e non mi arrabbio, ok? Ora dimmi, ‘sta segretaria ti ha lasciato un numero di telefono?”
“Sì, è lì sopra, sul mobile. Ma chi era il nano, Samuel? L’indiano? Se era lui sono stati tutti cazzi tuoi, letteralmente parlando”.
Manuel ride forte, mostrando la misura degli attributi di Samuel a spanne, indicando con la mano sinistra sull’avambraccio destro, mentre Claudia si alza di scatto imprecando. Si avvicina al mobiletto dell’ingresso e raccoglie un foglietto che sta di fianco al telefono, scritto con una grafia incerta e infantile. Sopra c’è un numero. Un prefisso seguito da sette cifre. E un nome: dottor Oreste Baroncini o Bonvicini o qualcosa che gli assomiglia.
“Baroncini o Bonvicini?”
“Boh, non lo so”.
“Neanche un nome sai scrivere”.
“Eddai…”
“E poi avevi detto la segretaria di Brass, qui c’è il nome di un uomo”.
“Vabbè, segretaria, segretario, che cazzo ne so. Cosa cambia?”
“Abbassa per favore”.
Claudia compone il numero.
“Ti ho detto di abbassare il volume, cazzo!”
Manuel raccoglie il telecomando allungandosi verso il tavolino.
Sbuffa sonoramente.
“Che palle”.
Manuel si gratta la testa, sistemandosi i capelli sporchi all’indietro.
“Prontoooo?”
Si avverte una voce femminile che risponde all’apparecchio, volutamente stereotipata e dai toni grotteschi.
“Il dottor Bonvicini per favore…”
“Chi? Baroncini vuole direeee?”
“Sì, mi scusi”.
Alza gli occhi al cielo, pensando che quando si trova davanti a un bivio lei prende sempre la strada sbagliata.
“Chi lo desideraaaa?”
“Sono Claudia Zanolini”.
“Chiiiiii?”
“Gli dica Chantal Godiva, di certo mi conosce così”.
“Per cos’eraaaa?”
“Mio marito mi ha detto che il dottore mi ha cercato per conto del dottor Brass, ha parlato di un film”.
“Un momentooooo”.
Manuel origlia la conversazione telefonica della donna, e d’un tratto comincia a sghignazzare.
“Cazzo, quanti dottori, stai telefonando all’ospedale o a un regista di porno?”
Manuel commenta piano e soffoca una risata, fulminato da uno sguardo cattivo di Claudia.
“Ho capito, è per il casting di “Un duro che dura”, veroooooo?”
“Non lo so, non me l’ha detto”.
“Va beneee, glielo passooooo. Resti in lineaaaaa”.
Claudia aspetta qualche istante in silenzio.
“Pronto dottore, sì, Chantal Godiva….esatto….sì….mi dica….davvero? Caspita, e gli sono piaciuti i miei film? Veramente? Non ci credo….beh si, quella dei due boa è stata una mia idea, sì…..cavolo, certo che mi interessa….coprotagonista? Favoloso….ma porno? Ah beh, nessun problema, sì….soft core…..ancora meglio…sì certo….allora aspetto che mi chiami il maestro….sì sì, ora sto finendo un film ma domani dovremmo fare le ultime scene…certo che posso…..allora a presto…e grazie…sì…ringrazi il dottor Brass da parte mia”.
Manuel sente la cornetta che cade sul telefono e rialza subito il volume, senza chiederle niente.
Claudia rimane immobile, la bocca chiusa, fissa solo il biglietto che strofina tra le mani. Poi alza la testa e chiude gli occhi. Per qualche istante si vede al festival di Cannes, o di Venezia, o di qualsiasi altra città del mondo, sul tappeto rosso, mentre percorre il tratto che la separa dalla Limousine all’ingresso del cinema. È vestita in abito da sera, nero, un’enorme scollatura dietro, che scopre la schiena e le spalle larghe, i capelli biondi mossi che nascondono in parte il tatuaggio che raffigura un tramonto giapponese che parte dalla schiena e muore sopra le natiche, le scarpe eleganti. C’è Tinto Brass che la cinge a metà del percorso, si offre ai fotografi impazziti, insieme a lei, con il sigaro in bocca e la faccia da maiale. Claudia sorride e finge di rimproverarlo con l’indice mentre lui allarga la mano e le tocca platealmente il sedere sghignazzando per i fotografi. Poi si staccano e percorrono la strada che ancora manca prima di entrare. Lei si gira ma non vede Manuel. Lui non c’è accanto a lei. Non c’è, non in quel sogno.

Lui
non
c’è

Claudia riapre gli occhi, torna al presente e fissa Manuel, sempre infossato sulla poltrona. Si alza e si avvicina all’uomo, che continua a seguire un programma in televisione.
“Manuel, Tinto Brass mi vuole nel suo prossimo film”.
“Davvero? Fantastico”.
“Coprotagonista”.
“Bene”.
Lei lo fissa, mentre l’uomo è come ipnotizzato dal tubo catodico.
“Oh ma mi senti?”
“Sì sì, bellissimo”.
La donna va verso il televisore, lo spegne e si gira verso di lui, guardandolo con astio.
“Ma che cazzo fai?”
“Mi stai a sentire?”
“Sì che ti sento, riaccendi”.
“Ma hai capito? Coprotagonista in un film di Tinto Brass, coprotagonista ho detto”.
Manuel tace per un po’, e riflette.
“Ma dai? Fa ancora film quello lì? Avrà cent’anni, ormai”.
“Certo che li fa, e non ha neanche ottant’anni. E poi mi sta offrendo un ruolo importante”.
“Un porno in un ospizio?”
“Piantala, non è un porno”.
“Cos’è allora?”
“Un soft core”.
“Soft core? Farai delle scopate leggere?”
“Vaffanculo”.
“Preparati perché mi sa che dovrai scopartelo quel bavoso, altro che soft core”.
“E allora? Se anche fosse?”
Silenzio, diventa serio.
“Per me non gli tira neanche più”.
“Che discorsi del cazzo, è proprio un’ossessione la tua”.
“Dai, sto scherzando, vieni qui”.
Manuel allunga la mano, le prende l’avambraccio e la tira a sé, con un’espressione triste e comprensiva.
“Sei uno scemo”.
“Sì ma…quanto?”
“Molto scemo”.
“Ma no, dai, la cifra…”
L’uomo la guarda dal basso sfregando l’indice e il pollice.
“Ventimila”.
“Cazzo! Ventimila euro? Incredibile!”
“In più una piccola percentuale sugli incassi. Piccola, ma possono essere un sacco di soldi se il film va bene”.
Manuel si alza e l’abbraccia.
“Sono fiero di te, amore mio. E l’anticipo?”
“Non ne abbiamo parlato, penso sarà alla firma del contratto”.
“E il contratto?”
“Non lo so, presto spero”.
“Vieni qui dai”.
Manuel torna a sedersi sul divano e batte la mano aperta sul cuscino. Claudia si sgonfia, come forata, e si accascia al suo fianco. Sembra una pianta sfiorita. Appoggia la testa sulla sua spalla, Manuel inizia a carezzarla.
“Come faremo con i soldi? Ne abbiamo bisogno adesso”.
“Come sempre, dai, ce la faremo. C’è Tinto, no? Diventerai una star, andrai alla mostra del cinema di Venezia”.
“Se’, la mostra di Venezia…noi dobbiamo pagare l’affitto domani, altro che Venezia”.
“Dai, ci passo io domani sera a pagarlo, non aver paura”.
“Con quali soldi? Hai speso tutto per la macchina, e per fare la spesa ho dovuto lasciar scritto”.
“Li troviamo, dai”.
“E dove?”
“Non lo so”.
I due si baciano, sospirano all’unisono e si accarezzano.
“Va bene, tesoro mio, sono quasi le quattro, sarà meglio mettersi a lavorare…”
Claudia guarda Manuel, sospira ancora e si alza a fatica.
“Sono stanca”.
“Lo so amore mio, ma è ancora per poco, dobbiamo tenere duro”.
“Hai ragione, non abbiamo altra scelta, vado io in cameretta?”
“Sì, io resto in camera da letto, ho un appuntamento con un gay sposato”.
“Un gay sposato…mi pare una cosa assurda”.
“Sarà anche una cosa assurda, ma questo mi vuole vedere tra poco sul letto vestito da donna”.
“Se ti serve il mio reggicalze nero, l’ho lavato, è steso in bagno. Le calze sono dentro il secondo cassetto”.
“Ottimo, penso che mi serviranno. Che palle, sempre ‘sti uomini…”
“Eh, non è facile trovare donne che ti pagano per vedere mentre ti masturbi in web cam…non sei Brad Pitt…”
“Ha parlato Angelina Jolie…e poi se Brad Pitt avesse anche solo la metà del mio uccello…gli piacerebbe, poverino, e piacerebbe anche alla sua Angelina, dammi retta”.
L’uomo resta fermo per qualche istante con le mani strette fra le gambe.
I due sorridono guardandosi, ma è un sorriso triste.
“Paga bene almeno, questo tipo?”
“Ricarica da trenta”.
“Solo trenta?”
“Ah, oh, è già tanto, i finocchi di solito non ti danno più di venti euro”.
“Io per meno di cinquanta non accendo neanche la cam. E poi non sanno che fortuna hanno, fare sesso virtuale con la futura stella del cinema italiano”.
“Sarà per questo che lavori così poco”.
“Te pensa a te e ai tuoi gay”.
“Io ci penso, infatti mi danno un trenta tra poco”.
“Bene, bravo, allora ci vediamo tra quattro ore e vediamo chi ha guadagnato di più con la web cam”.
“Va bene, amore mio, tanto lo so benissimo che se vuoi sei più troia di me…”
Manuel si avvicina a Claudia, la cinge con le braccia e la bacia teneramente, con amore.
“Ti adoro, tesoro mio”.
“Anche io Manuel, mi vida linda”.
I due si salutano, si mandano un ultimo bacio con le dita a mezz’aria ed entrano nelle rispettive camere, chiudendo la porta.