La camera incantata – Tratto da Storie di Antarica de Il Daz

Un giorno come tanti, re Quinto era immerso nella sua occupazione preferita: ammirare i propri oggetti incantati.
Si chiudeva giornate intere in una enorme cupola, dipinta dai cinque pittori più famosi del regno con colori brillanti come gli oggetti all’interno. Al centro vi era una larga sedia rivestita di morbidi cuscini d’oca. Cinque per l’esattezza: uno ancorato al poggia testa, due nei braccioli, uno squadrato per entrambe le gambe e uno per il suo regale e flaccido sedere. Era capace di sedersi su quella sedia a mattina presto, saltare pranzo e cena e tirare dritto fino al mattino successivo.
Si divertiva come un bambino che con le mani immerse nel fango si strofina tutto sulla maglia appena lavata dalla mamma. Il suo sguardo vagava tra quadri che cambiavano colori, statue che si muovevano, strumenti magici di ogni tipo che insieme, e senza nessun musicista che li manovrasse, facevano risuonare splendidi componimenti. Appesi con lunghi spaghi dorati che pendevano dal soffitto c’erano globi che a richiesta illuminavano la stanza. Uno di questi era persino in grado di far scorgere, a chi lo impugnava, qualsiasi posto lontano. Ripiani e teche custodivano libri, armi e qualsiasi cosa si potesse mai sognare di possedere e veder muoversi da sola.
In quel momento stava ammirando una teca contenente una grossa fune che si muoveva e strisciava proprio come un serpente, quando d’un tratto una guardia corse nella stanza e a gran voce annunciò: «La spedizione di Sir Edward è terminata. L’abbiamo appena avvistato alle porte del castello».
«Presto conducilo nella sala dei comunicati» ordinò tutto eccitato il re.