La domanda fondamentale che si pone chi si sceglie la professione del traspositore di culture e d’idiomi e si definisce traduttore,  fin dal primo sollevare di penna e aprir di dizionario, è : come tradurre in maniera neutra ma comprensibile alla propria cultura senza cadere nella tentazione, vuoi per amore di chiarezza vuoi per  inconscio guizzo  d’autostima, di metterci del proprio, sottraendo a volte, donando invece altre, ricchezza e profondità all’opera altrui. In entrambi i casi lo si fa “lavorando” in proprio, dando vita a qualcosa di diverso dall’originale e quindi in qualche modo “tradendo” nel bene o nel male la propria missione nonché professione.
E’ un rischio che si deve correre, connaturato col mestiere. Chi accetta di farsi tradurre lo sa e questo da spinta e valore al non facile impegno di rendersi intellegibili, onesti e trasparenti di linguaggio e sentimento al mondo intero.
Come sostiene Eco, il tradimento poi, è insito nell’atto del tradurre che non è solo trasposizione da una cultura ad un’altra ma anche adattamento di concetti e contenuti preesistenti a contesti cambiati o mai esistiti prima.
Il filosofo Tullio Gregory insiste sull’importanza sostanziale dell’opera dei traduttori, spesso e ingiustamente relegati in secondo piano per un inveterato pregiudizio sulla non originalità delle loro opera.
Invece non c’è nulla di più falso se uno è bravo in questo mestiere, proprio per il principio sopra enunciato che occorre sempre un certo grado di originalità nel far combaciare situazioni e concetti vetusti o anche solo diversi a contingenze  culturali che li vivono come estranei o persino sconosciuti.
Ma io amo questo mestiere, come l’artigiano il suo lavoro, perché ogni traduzione che crea un ponte che collega anche per strade tortuose mondi lontani è come l’opera di un artigiano. Piena d’amore e fedeltà ma al contempo un piccolo esercizio di libertà. Anche se ritengo la fedeltà al testo un fattore basilare, non credo che tradurlo alla lettera porti a buoni risultati Per quanto faticoso e arduo sia trovare nella  mia lingua concetti surrogabili ad altri che non mi appartengono o vocaboli che nella mia cultura sono insignificanti quanto a volte persino insensati, aprire la mente e cercare l’uguaglianza e la misura è esercizio estremamente stimolante. Certo, essere uno scrittore o un poeta aiuta a trasferire sensazione in buone parole e trasmettere lo stesso messaggio originale censurando parole intraducibili o trasformandole in altre differenti dall’originale ma sensate. Quindi la cosa va presa così come essa appare senza cercare spiegazioni e dietrologie, infatti nonostante gli sforzi  esplicativi, le difese a giustificazione o le accuse  a detrazione, tradurre è così: un atto forzosamente imperfetto quanto la Libertà stessa.

Articolo di Isa Tamagini