L’origine nobile del lemma conferisce una certa aura d’autorevolezza alla professione. Quel certo non so che di sana individualità, di personalismo intuitivo e perché no, anche di potere. In fondo nelle mani del traduttore ci sono verità che possono non esserlo ma che raramente, di primo acchito si riesce a confutare sia per incapacità sistemiche che per quell’abitudine del nostro tempo di bruciare tutto, storia, eventi, soldi in un fugace ma quanto mai violento, falò. Una bulimia emozionale che non lascia tracce su cui riflettere e posizioni da rivedere. Nella consapevolezza dei corsi e ricorsi della storia si fa poco tesoro dell’esercizio della  memoria e degli strumenti globali di tale esercizio tra cui la traduzione in lingua comprensibile di esperienze altrui. Nella smemoratezza generale, una figura professionale che ha in mano la lingua, con la sua univoca autonomia decisionale guida e indirizza la massa e prendendosi carico di una certa interpretazione spesso deresponsabilizza le leve del potere che adorano risiedere nei meandri più sibillini del Logos. Potere e velleitarismo sono intimamente connessi  quindi alla parola tradurre. La derivazione latina (transducere)   è garanzia che la professione è di lunga data. Dal  prefisso “trans”che significa “al di là, oltre, dall’altra parte”  traiamo il senso del superamento di uno spazio distante che rimane su un diverso lato di una sponda. Un trans che   traghetta su una diversa riva   ma che poi lì non  ci abbandona, legato come si ritrova alla seconda parte della parola, cioè ducere. Condurre, portare, guidare. Chi fa tale mestiere sa prenderti per mano e portarti verso la comprensione di una parte di mondo che prima non t’apparteneva, che come uno specchio rifletteva la tua immagine senza farsi compenetrare e lontano da ogni contaminazione benefica, ti lasciava arido ad insterilirti nella tua cultura.
Il traduttore è pertanto un nocchiero con una capacità esperita di leggere le carte e percorrere rotte solo a lui chiare. Deve essere depositario  di un’esperienza che non sia sterile nozionismo e di sufficiente carisma da far si che ci si fidi,  ci si lasci condurre per i meandri di un palazzo sconosciuto con in mano la sola chiave che lui t’ha consegnato. Una grossa responsabilità, questa che è simile a quella di un capopopolo, infatti in latino ducere ha anche in sé il significato di comandare. Ma pensare è  il significato più importante che questo verbo ha tra i tanti.
(Isa Tamagnini, traduttrice)

The noble stemming of the term bestows on this profession a certain air of prestige.
A particular je ne se quoi of healthy self consciousness, of very  individual intuition and why not , personal power too. After all, the translator is accessing  a truth which can  be really not a truth, but   rarely one can immediately disprove it, both for systemic incompetence and for that attitude of our time to burn everything up, history, events, money in a swift and wild bonfire. An emotional bulimia leaving no traces to reason on, or stances to reconsider. Confident in the historic recurrences, we poorly exert memory and rarely in doing this, we use instruments, among which  the translation in a language we understand of  other peoples experiences.  In the widespread forgetfulness,  the professionals mastering the language, thanks to their univocal and independent judgement, rule and direct the mass and taking upon themselves the responsibility of a certain translation , often  relieve of responsibilities  the leading class  which  adores to  live inside the  most sibylline intricacies of  Logos.
Power and ambition are therefore closely related to the word “ to translate” –
The Latin origin  ( transducere) is a guarantee that this job is dating back a good amount of  years . From the prefix “trans” (meaning: beyond, further , to the other side) we get the sense of  bridging a region with an opposite edge. It’s a trans ferrying you on a different bank but it does not leave you there alone, bound as it is to the second part of the word , ducere.
To lead, to bring to, to guide.  Who practises this profession takes you by the hand and brings you to understand a part of world that you did not belong to before, that , as   a mirror, was reflecting your image without letting you through. Far from every fruitful   fusion, you  were left barren  to dry out in your own culture. The translator is therefore as a helmsman  with proven skill  in reading the sea maps and in steering a ship on routes he only knows . He must have a wide  experience  and not only unfruitful sciolism and enough charisma  to be fully trusted so you let yourself to be brought about  in the meanders of an unknown palace holding in your hand the only key he gave you. This is a huge responsibility, the same one a great leader has. In fact in the Latin language the word ducere has also the meaning of  “commanding”. But “thinking” is far the most important meaning this Latin verb has among the others .

Di seguito un esempio di traduzione poetica: l’autore su cui Isa ha lavorato è Ernest Dawson, amico di Oscar Wilde.
Nella sezione dedicata alle traduzioni potete leggere le note biografiche si Dawson e qualche altro esempio di poesia tradotta.

Yvonne of Brittany

In your mother’s apple-orchard,
Just a year ago, last spring:
Do you remember, Yvonne!
The dear trees lavishing
Rain of their starry blossoms
To make you a coronet?
Do you ever remember, Yvonne?
As I remember yet.

In your mother’s apple-orchard,
When the world was left behind:
You were shy, so shy, Yvonne!
But your eyes were calm and kind.
 
We spoke of the apple harvest,
When the cider press is set,
And such-like trifles, Yvonne!
That doubtless you forget.

In the still, soft Breton twilight,
We were silent; words were few,
Till your mother came out chiding,
For the grass was bright with dew:
But I know your heart was beating,
Like a fluttered, frightened dove.
Do you ever remember, Yvonne?
That first faint flush of love?

In the fulness of midsummer,
When the apple-bloom was shed,
Oh, brave was your surrender,
Though shy the words you said.
I was glad, so glad, Yvonne!
To have led you home at last;
Do you ever remember, Yvonne!
How swiftly the days passed?

In your mother’s apple-orchard
It is grown too dark to stray,
There is none to chide you, Yvonne!
You are over far away.
There is dew on your grave grass, Yvonne!
But your feet it shall not wet:
No, you never remember, Yvonne!
And I shall soon forget

Yvonne di Bretagna

Nel meleto di tua madre,
fa appena un anno, la scorsa primavera.
Ricordi, Yvonne!
Gli alberi amorevoli versavan copiosa
pioggia dai boccioli di stella per
fartene un diadema?
Ricordi, Yvonne!
Io lo ricordo.

Nel meleto di tua madre
Ci siamo lasciati alle spalle il mondo
Yvonne, eri timida, così timida!
Ma gli occhi erano quieti e gentili.

Parlammo della raccolta,
del torchio per il sidro,
e d’altre sciocchezze, Yvonne!
Di sicuro le hai scordate.

Il tramonto brettone, morbido e fermo
ci ha visti silenziosi, poche le parole,
poi giunse tua a madre a rimbrottarci
che l’erba già brillava di rugiada:
Ma io so che il cuore ti batteva,
tremante come colomba spaventata
Ricordi, Yvonne,  quel primo,
rossore vago d’amore?

Nel pieno dell’ estate,
caduta la fioritura a terra,
la tua resa fu certo coraggiosa
anche se timide le parole.
Ero felice, così felice, Yvonne!
d’averti portato a casa, infine
Ricordi, Yvonne !
Quanto veloci son passati i giorni ?

S’è fatto troppo scuro per passeggiare
nel meleto di tua madre.
Nessun rimprovero, Yvonne!
Sei già ben lontana.
C’è rugiada sull’erba della tua fossa, Yvonne!
Ma non ti bagnerai i piedi.
No Yvonne, mai ricorderai!
E presto io dimenticherò