Perchè scrivo?

E’ una domanda che tutti noi, amanti delle parole , prima o poi ci siamo posti.
La risposta che mi viene in mente, così, a bruciapelo, è: perchè ne sento il bisogno.
Ho inziato ad annotare pensieri, versi, emozioni, fin da piccola. Appena ho imparato a tenere in mano con sufficiente sicurezza una penna. A otto anni già componevo ingenue poesie dedicate alle persone che amavo, o in cui cercavo di esprimere le emozioni che provavo. Poi, un po’ più grande, ho iniziato a tenere un diario che ho portato avanti fino a pochi anni fa.
Ancora adesso, quando ho pensieri particolarmente confusi o intricati, scrivere mi aiuta a chiarirmi le idee.
Scrivo anche perchè la mia fervida immaginazione partorisce storie a ciclo continuo. Mi vengono in mente nei momenti più disparati: quando faccio i lavori di casa, quando viaggio in moto, quando sono al supermercato o in fila alla posta, quando passeggio… E sento la necessità di metterle su carta, di dare loro un corpo più consistente.
Scrivere è anche la mia professione. Un sogno tenacemente rincorso e infine realizzato. A costo di grandi sacrifici che costantemente vengono ripagati con la libertà di vivere della propria passione.
A volte è difficile perchè finisco per scrivere degli altri e per gli altri, trascurando quelle storie che mi frullano in testa e a cui voglio dare corpo. Può diventare una routine, un gesto automatico fatto di schemi linguistici sempre uguali, testi che via via si inaridiscono.
Ma basta prendere in mano un libro, un bel libro, e torna il desiderio di raccontare storie.
E voi, perchè scrivete?

11 risposte a "Perchè scrivo?"

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  1. Me lo chiedono ad ogni presentazione, ha volte temo che il senso sia “Ma perché cavolo scrivi? Ma va’ a zappar la terra!” :-)))
    Be’, scrivo racconti da quando avevo vent’anni, vedevo qualcosa o qualcuno che mi colpiva e ci facevo su una storia; poi col tempo lo scrivere per me è diventata quasi un’autoterapia: quando una tematica, sia essa politica, sociale, personale, mi sta a cuore l’unico modo per non perdermici, per chiarirne gli aspetti, tutti gli aspetti, da vari punti di vista, è inventare delle situazioni, dei personaggi, nelle cui interazioni quella tematica a poco a poco si sviscera e si chiarisce, anche ai miei occhi. Ultimamente mi è capitato ad esempio di vedere un barbone dormire dentro un’automobile, e subito ho agganciato questa visione al tema della disoccupazione e dell’emarginazione, così ci ho scritto sopra il racconto “Milano, capitale morale d’Italia”.

  2. Scrivo perche’ non ne posso fare a meno, perche’ le parole cominciano a scorrere, e ne perdo il controllo, e fluiscono come un fiume in piena, e spesso non riesco a star loro dietro, e pensieri si perdono nell’aria, o si perdono alcune sfumature…

  3. Scrivo perche’ quella che scrive sono io e sono io quella che incontro rileggendo quelle parole, quella io che non saprebbe raccontarsi altrettanto bene.
    Scrivo perche’ quando rileggo è come se mi guardassi allo specchio, uno specchio magico, che nasconde i difetti ed esalta le virtu’, o mi peggiora, fino a farmi detestare.
    Scrivo perche’ se non scrivo di me scrivo della vita, che solo riscrivendola si lascia correggere, migliorare, o peggiorare a mio piacimento.
    Scrivo perche’ non posso farne a meno, perche’ senza sto male, scrivere mi viene fuori da solo, come sorridere.
    Scrivo perche’ penso a troppe cose, tutto il giorno, anche prima di addormentarmi ed appena mi sveglio e spesso sono cose bellissime, o bruttissime, di un’intensità palpabile, se non le scrivessi si perderebbero, che peccato, non poterle fermare e rivedere.
    Scrivere mi ha accompagnato tutta la vita, fin da quando ero piccolissima, quando ancora non sapevo scrivere e allora facevo finta: mettevo dei segni incomprensibili sul foglio, quelli erano i miei pensieri e poi mi vergognavo nel farli vedere ai grandi perche’ sapevo che non li avrebbero decifrati, che frustrazione…quei grandi non erano abbastanza grandi per capire che lì, sul foglio, c’ero io!
    Tutto quello che si era accumulato nel mio cuore, nella mia pancia e nella mia testa era poi fluito fuori attraverso il frenetico gesto delle mie mani che guidava lo scorrere del tratto. Pensieri ed emozioni finalmente liberi e srotolati, insieme all’inchiostro, dalla sfera della biro.
    Scrivo perche’ spesso e’ stato l’unico modo per raggiungere qualcuno, per dare corpo alla sua sofferenza o alla sua gioia, per fargli capire che lui o lei stavano proprio soffrendo o gioendo od amando cosi’, cosi’ come io mi ero sforzata di sentire il loro dolore, la loro gioia ed il loro amore. Scrivere cosi’ e’ come immedesimarsi in colui o colei per cui stai scrivendo, e’ creare un incontro, una sovrapposizione di entita’ diverse. Scrivere per capire e capirsi e consentire a chi legge uno sfogo legittimo, in quella risata o in quel pianto, che senza aver letto quelle parole, non si sarebbero manifestati.
    Scrivo perche’ e’ uno dei doni che Dio mi ha dato, dono cosi’ sbalorditivamente generoso e gratuito da sentirmi in imbarazzo nel possederlo, in un mondo in cui tutto si paga, e incapace di tenermelo tutto per me, perche’ se me lo hanno dato, e’ sicuramente perche’ io ne potessi fare qualcosa di bello e di buono.
    Scrivo per accarezzarmi e perdonarmi quando sbaglio, in un’intimita’ che non potrei condividere con nessuno, come in una confessione. Scrivo per convincere, quando la tristezza negli altri e’ diventata cosi’ ingombrante da soffocarci tutti, per convincere che la speranza della svolta sta sempre dentro di noi, ineusauribili risorse capaci di miracoli straordinari.
    Scrivo adesso, per salutarvi tutti e per ringraziarvi di condividere con me un’attitudine cosi’….non mi vengono le parole!

    1. Grazie a voi: con le vostre parole avete completato, sottoscritto, arricchito le mie. Aggiungo che c’è chi sostiene che colui che scrive è un vanesio, che ama esibire le proprie parole. Io invece sono convinta che la maggior parte di coloro che scrivono lo facciano per dare risposta ad un inesprimibile bisogno dell’anima. Se non scriviamo non ci sentiamo compiuti.

  4. scrivo per esprimere. una traccia che lascio, un segno del passaggio. come per ricordare meglio, prolungando il sogno e ringraziando. non lo sento come un bisogno

  5. Scrivo, credo, per gli stessi motivi di tutti. Un pò di narcisismo, molto piacere e parecchie cose da dire. E’ un pò come nuotare. Una volta che hai imparato a stare a galla, non importa quanti inverni siano passati, hai sempre, dentro di te, quella maledetta voglia di mare.
    ciao a tutti

    Alessio

  6. Srivo per anticiparmi i ricordi che verranno. A volte, mi aiutano a capire se non sia meglio andare da un parte piuttosto che da un’altra, anche a stare fermi, a volte.

    1. Beh, amici che avete contribuito con le vostre riflessioni sullo scrivere, non so voi ma a me le vostre parole paiono una bella dichiarazione d’amore alla scrittura 🙂

  7. Guardavo dalla stanza il muro della terrazza di fronte a me, su cui si arrampicava ancora timida una vite americana, intrecciandosi col fasto effimero delle campanule,destinate a spegnersi nel rogo del sole di mezzogiorno. Intorno alberi e spazio, fantasmi di frescura e di quiete in quest’angolo ancora possibile della città che si squagliava nel caldo d’agosto, col silenzio innaturale della strada dove non passava che qualche rara automobile, come in un film degli anni 50.
    Una sbarra nera orizzontale attraversava il mio campo visivo…una botta, un trauma.
    Sarebbe passato.
    E ad un tratto un’angoscia senza fine invase la stanza, colò lungo i muri, venne in pozze a raccogliersi ai miei piedi, ondeggiando in spire sempre più strette, e da spirale si fece dardo fino a trafiggermi il cuore come uno spillone fa con la farfalla.Lancinante angoscia che ti succhia come un frutto di mare in una bocca avida e ti annienta. Prigioniera della casa vuota del palazzo vuoto della strada vuota della città vuota e dell’infinito vuoto che solo una voce attraverso il telefono tentava di colmare, ed io mentivo “Bene, sì…bene”, ed ora il vuoto mi portava via.
    E improvvisamente io vidi sul muro della terrazza le rovine di Palazzo donn’Anna, il mare meraviglioso, Capri davanti a me, come io e voi potremmo vederlo sullo schermo di un cinema.Due figure mi apparvero, dapprima incerte e poi più nitide. Vieni, mi dicevano, scappa, dopotutto ci vedi, puoi scrivere. Fa’ conto che la sbarra nera sia il ferro d’una ringhiera.
    “Non vi conosco…”
    Ridevano, abbracciati, una bambina e un ragazzzo. “Davvero non ci riconosci? Pensaci…”“Ma come è possibile?” “ Il mondo fuori non può raggiungerti, hai bisogno di tranquillità…e il mondo dentro trabocca”
    Cari fantasmi, così belli, così amati, come ho fatto a dimenticarvi? Cosa volete da me?
    “Vivere, Federica, vivere…Ti ricordi come amavi questo nome? Il tuo nome segreto…”
    Nella stanza non c’era più il vuoto. Erano entrati, vivi, veri, di carne e sangue e rspiro, spettinati, sudati perfino, vicini, e dettavano, discutevano, ridevamo insieme, qualche volta piangevamo, anche. La città fuori si scioglieva come un gelato, e noi tre ce ne stavamo insieme, felici…“Per sempre?” “No, non per sempre.
    Finché non torni a vivere.
    Il tempo di scrivere un libro.”

  8. Queste righe furono scritte quattro anni fa, e le rileggo e ripropongo con una certa emozione. Si parla di angoscia, e davvero un sentimento oscuro, l’idea che tutto fosse in qualche modo effimero e caduco non meno delle campanule che il sole spegneva nel rogo estivo mi accompagnava. Lo attribuivo a una normale conseguenza del mio piccolo incidente e aspettavo la fine dell’estate per tornare “a vivere”. Non sapevo che quell’estate sarebbe rimasta nella mia memoria come l’ultima felice, perché proprio per fronteggiare quel sentimento oscuro che mi sovrastava cominciai a scrivere, e fu come innamorarsi, una pienezza travolgente e uno sguardo (attraverso l’inferriata) nuovo sul mondo.

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