Ilaria Sandei

Ilaria Sandei è nata nel 1994 a Giaveno, in provincia di Torino, ma vive a Imola e frequenta l’Università di Bologna.
Scrive da quando aveva nove anni.
Nel 2013 è uscito con Akkuaria il suo primo romanzo, Il mistero di Owland.

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Il mistero di Owland
(Akkuaria, 2013)

copertinaDavide non ne può più. È stanco dei compagni pronti a deriderlo in ogni occasione, stanco della madre sempre più indifferente e infelice, stanco del padre che non vede quasi mai, stanco di fallire e di essere ignorato. E l’ennesima giornata storta fa imbattere Davide in guai ancora peggiori!
Certo, non si può dire che non se li sia andati a cercare: che idea andare a intrufolarsi in un’antica villa e  accettare un bizzarro orologio da un vecchio sconosciuto…nessuna meraviglia che i fatti prendano una piega imprevista!
È dunque per colpa della noia, della rabbia, ma soprattutto di una buona dose di curiosità che Davide arriverà nella tetra città di Owland… un luogo di mirabolanti prodigi e di grotteschi orrori, un luogo su cui grava un mistero inquietante…
Una serie di sparizioni, enigmi di risolvere e misteri inspiegabili hanno gettato Owland nel caos e sarà proprio Davide ad accollarsi il gravoso compito di  indagare e venire a capo dell’enigma.
Nella sua ricerca si imbatterà in buoni amici disposti ad aiutarlo, come Strix, la civetta meccanica, o Lorenzo, un ragazzino sveglio e gentile, ma anche in altri pronti a tutto pur di ostacolarlo; infatti la mente folle e crudele che trama nelle ombre di Owland ha un piano tanto perverso quanto preciso e non ha intenzione di farsi mettere i bastoni tra le ruote dal primo impiccione di passaggio.
Tra complicati meccanismi, trappole e indizi, Davide inizia la sua disperata missione: che nesso c’è tra gli animali meccanici e le sparizioni?  Di chi fidarsi e di chi sospettare? Chi è coinvolto? Chi è stato incastrato? Quanti nascondono qualcosa e chi guida il gioco?
Tante, troppe domande senza risposta e il tempo di Davide sta per scadere…solo dodici ore ha a disposizione, il vecchio è stato chiaro, ma se fallisce… cosa può accadere?

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Lumes: l’incipit

Un piccolo assaggio di Lumes, primo romanzo di una trilogia, per il quale stiamo cercando l’editore adatto.

Pioveva forte quando mio zio entrò gocciolando dalla porta di casa.
Faceva il macchinista ma io non ho mai capito cosa lo colpisse veramente di quel lavoro, in ogni modo tornava ogni sera in tempo per cenare e per pormi le ultime domande sulla mia noiosissima giornata.
“La cena è pronta!” urlò la zia dalla cucina.
L’ammiravo molto, non solo perché era un’ottima donna di casa e trovava sempre la voglia di fare qualche lavoretto, ma perché in tutti quegli anni mi aveva accudita come se fossi la figlia che non aveva mai avuto e non una nipote rimasta orfana dei genitori quando aveva pochi anni.
Io, Samantha Rofly, ero una bambina assolutamente normale e facevo tutte le cose che le mie compagne amavano; più che altro mi piaceva leggere libri che parlavano di fate, folletti e altre creature magiche, immaginando che queste esistessero veramente anche se, con il passare degli anni, avevo perso la speranza e cercavo di diventare la figlia ideale che ogni genitore avrebbe voluto. Non rispondevo quasi mai alle prediche di mia zia, dopo vari tentativi imparai a cucinare e passavo la maggior parte del tempo nella mia camera a guardare fuori dalla finestra, verso quel bosco meraviglioso al quale però mi era stato vietato l’accesso.
Ormai mi ero rassegnata ad un’esistenza chiusa in casa o, nelle rare giornate di sole che riservava la campagna inglese, in cortile nella più totale solitudine.
Mi diressi silenziosamente verso la cucina e mi sedetti a tavola con lo sguardo indagatore dello zio che mi fissava come se stessi per dirgli che avevo salvato l’intera Inghilterra da una crisi e che ero diventata un’eroina.
Anticipando mentalmente la solita domanda che ogni sera l’uomo baffuto e tarchiato mi porgeva e cioè “Cosa hai fatto oggi Sam?” dissi:
“Oggi niente di speciale zio, ho iniziato a leggere un nuovo libro che parla di un elfo e…” stavo per continuare, trasportata dalla solita emozione che provavo quando m’immergevo completamente nei libri che leggevo e che amavo molto raccontare, da accorgermi solo in un secondo momento che la sua faccia era rossa di rabbia.
“Samantha Rofly, quante volte ti ho detto che devi smetterla di leggere tante sciocchezze? Vuoi diventare una di quelle ragazze che hanno sempre la testa fra le nuvole e che non pensano ad altro che a mondi popolati da unicorni, principesse, fate e folletti? È così che ci ringrazi dopo tutto quello che abbiamo fatto per te?”.
Non mi ero mai abituata alle sue parole e ogni volta che le pronunciava mi sentivo una nullità, una persona irriconoscente nei confronti di chi  mi aveva curata quando altri non avevano potuto farlo e ogni volta mi ferivano tanto da non riuscire più a mangiare.
Appena lo zio mi ordinò di andare in camera mia non mi opposi e non dissi una parola.
Mi avviai lentamente verso il lungo corridoio e, aperta la porta della camera, mi gettai sul letto e iniziai a piangere.
Le lacrime non erano di rabbia nei confronti dello zio per ciò che aveva detto, ma per non poter avere la vita che desideravo e che sicuramente avrei avuto se i miei genitori non fossero morti in un incidente.
Asciugai le lacrime con una manica e mi appoggiai contro la parete.
Passai le mani sopra il velluto rosso che ricopriva quasi tutti i muri della casa, abbastanza attentamente da notare un piccolissimo spazio in un punto del drappo.
Mi voltai di scatto e vidi la sagoma di una porta proprio dove la mia mano si era fermata.
Rimasi lì in piedi alcuni minuti e cercai di spiegarmi quella strana situazione.
Com’ è possibile che in tutto il tempo che ho passato in questa stanza non mi sia accorta che c’è una porta nascosta?

Passai nuovamente la mano sulla sagoma quasi per assaporare la scoperta e un brivido di eccitazione mi percorse le vene.
Chiusi a chiave la porta della camera, nel caso i miei zii fossero venuti a controllare, perché sapevo che per loro sarebbe stato meglio non essere a conoscenza di tutto questo.
Spinsi con forza e dopo vari tentativi la porta si aprì scricchiolando.
Entrai in uno stretto cunicolo e l’apertura si richiuse alle mie spalle  lasciandomi nel buio più totale.
Avanzai lentamente tastando le pareti del muro di pietra fino ad arrivare in una stanza circolare.
Accesi una torcia appesa alla parete e mi guardai intorno, sorpresa: era una biblioteca con volumi antichissimi e una scrivania piena di carte ingiallite.
Mi avvicinai agli scaffali e iniziai a leggere i titoli dei libri quando improvvisamente qualcosa mi attirò verso la pila di scartoffie che era depositata sopra il tavolo.
Presi delicatamente fra le mani un foglio nel quale erano dipinte ad acquerello immagini di una casa in pietra, circondata da un giardino pieno di rose.
Rimasi affascinata dalla precisione e dalla bellezza di quel dipinto e soprattutto dalla lettera che trovai lì vicino.
Scritte con calligrafia ordinata c’erano poche parole di ringraziamento a una persona a me sconosciuta ma mi colpirono molto i nomi che erano stati scritti  sul foglio:
“Io e mio marito ti ringraziamo di questo splendido disegno, è proprio la casa ideale per noi e credo che piacerà anche a nostra figlia Samantha. Ancora grazie. Edward ed Elizabeth Rofly”.

Le mie mani cedettero e il foglio cadde sul pavimento.
Non potevo crederci, anzi mi sembrava impossibile che fosse stato scritto proprio da mia madre.
In lacrime cercai altre lettere come quella e mi voltai spaventata quando sentii un suono metallico proprio vicino a me.
Guardai in basso e sul pavimento notai una piccola chiave d’ottone, finemente lavorata.
La presi e la rigirai fra le mani, incapace di pensare ad altro se non a quello che avrebbe potuto aprire.
“E se…” dissi raccogliendo da terra lo schizzo della casa.
Ero sicurissima che quella fosse la chiave per le risposte a tutte le domande, così, recuperato il foglio, la misi in tasca e ripercorsi il cunicolo fino a ritrovarmi nella mia camera.
Chiusi delicatamente la porta, poco prima che qualcuno bussasse. Misi il foglio e la chiave sotto il cuscino e andai ad aprire.
Mi ritrovai di fronte la figura ossuta della zia con un vassoio in mano:
“Scusa, non volevo disturbarti ma ho pensato che avessi fame visto che a cena non hai toccato cibo” disse ed entrò lentamente avviandosi verso il comodino.
Presa dal panico corsi verso di lei e mi gettai sul letto premendo la schiena contro il cuscino.
“Grazie zia, se non fossi arrivata tu sarei venuta giù io, ma dovevo saperlo che saresti stata premurosa come sempre” risposi con voce sdolcinata e un’aria completamente innocente.
“Figurati, volevo solo dirti che anche se tuo zio ogni tanto si arrabbia lo fa solo perché è molto stressato per via del lavoro, ma in ogni caso ti vuole bene e non potrebbe sperare in una figlia migliore”.
Quando vide che annuivo col capo fece per andarsene e appena la chiamai si girò di scatto.
“Grazie” le dissi e questa volta sinceramente, non perché se ne andasse e non sospettasse nulla, ma perché apprezzavo tutto quello che faceva per me e come cercava di giustificare sempre i comportamenti burberi di  suo marito.
Mi sorrise e appena ebbe chiuso la porta dietro di sé tirai un sospiro di sollievo.
Presi da sotto il cuscino la chiave e il foglio e li guardai per l’ultima volta prima di addormentarmi cullata dalle parole di mia madre che mi riecheggiavano nella testa.

(Le illustrazioni sono di Deborah Trizio e Francesca Vagliani)

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